Intervista a Wilma
In
occasione della festa della donna presentiamo una particolare figura femminile
valdostana pubblicando una testimonianza tratta da "C'è la religione?"
trasmissione andata in onda su Rai 3 l'estate scorsa e curata da Tullio Omezzoli.
La testimonianza riguarda la vita di preghiera o "vita contemplativa"
per usare il termine tecnico, e ci mostra come la chiamata del Signore possa
raggiungere chiunque in ogni momento e in qualsiasi ambiente.
"Fin qui si è detto quanto la donna (come l'uomo o diversamente
dall'uomo) fa e potrebbe fare nella chiesa. Tutte le conversazioni si sono svolte
sul versante della vita attiva: mi sembra opportuno a questo punto ricordare
che esiste anche l'alternativa costituita dalla vita contemplativa, una vita
che ha come obbiettivo non il fare, ma l'essere. Il contemplativo quindi, non
come colui (colei) che accede alla contemplazione con lo sforzo di ritemprare
le forze per rilanciarsi nell'agone, ma come chi ha per fine la chiarezza interiore,
l'adorazione e basta. Il grado di popolarità del contemplativo, oggi,
è bassissimo: non che manchino le vocazioni, anzi crescono: manca il
benestare del popolo, anche e soprattutto di quello devoto. L'inutilità
conclamata e sfacciata del contemplativo offende il sentimento comune, quello
di chi è coinvolto nel gran gioco della produzione, quello di chi di
fronte alla sofferenza di uomini e cose, sente drammaticamente l'insufficienza
di tempo, uomini e mezzi. Beninteso, c'è contemplazione e contemplazione:
qui parliamo della vita all'interno della chiesa, quindi il contemplativo che
prendiamo in esame è uno che è convinto che la sua riflessione
e la sua preghiera abbiano un fine, di supplica, di offerta, di espiazione;
e un beneficiario, il mondo. Nei confronti di un non fare di questo genere ci
può essere più indulgenza (o il contrario). Il contemplativo con
cui ho avuto una conversazione è una donna, Wilma Chasseur, laica ed
eremita, cioè non una consacrata che vive in convento, ma una laica che
si è imposta delle regole di vita, la cui principale mi pare consista
nel dedicare buona parte della giornata alla preghiera (c'è anche il
lavoro in verità, ma non si tratta di buone opere).
La scelta della vita solitaria la contraria assai perché lei è socievole, sta bene in compagnia dei suoi simili. Comunque si arrende e vede subito, senza tentennamenti, la vita che fa per lei, una vita di preghiera ma non in convento, bensì a contatto con la natura.:una situazione che richiama quella dei Padri del deserto dei primi tempi del cristianesimo. Ma per arrivare fino a qui incontra resistenze esterne ed interne, e a questo proposito ci racconta un sogno che avrà certamente affascinato i nostri ascoltatori - un sogno che, confermato dai fatti le da la garanzia di avere scelto giusto.
Quindi chiedo, non si è ritirata dal mondo per disprezzo delle cose mondane, come si dice facessero alcuni eremiti. "La scelta contemplativa non viene dal disprezzo degli altri, del mondo, del matrimonio; viene solo dall'aver scoperto il di più. Oggettivamente parlando, il di più esiste, è Dio; anche quelli che non ci credono hanno bisogno di pensare che un essere supremo esiste, ed è il di più. Nella misura in cui tu fai esperienza del di più, è chiaro che per una retta gerarchia dei valori dai l'importanza più grande al di più". C'è chi contesta questa scelta: con tutto quello di cui c'è bisogno, si dice, in mezzo agli altri, nel mondo, uno si ritira alla ricerca della propria personale perfezione, di un rapporto con il Padre eterno che taglia fuori gli altri. "Qui risponde Wilma, devo citare la frase di un Santo Ortodosso: "acquista la pace e una moltitudine di gente troverà la pace".
"Il fatto che un essere sulla terra abbia raggiunto la pacificazione interiore, abbia raggiunto questa limpidità di essere, è come una riserva di energia che esiste, di cui gli altri consapevolmente o no, beneficiano. E' un dare agli altri qualcosa che tu hai conquistato, ma non per te, per gli altri: perchè una vocazione quando è vera è sempre per la Chiesa, per gli altri, non per se stesso".
E questa pace così conquistata come si trasmette? "Non si trasmette agendo in qualche modo, neanche a livello di discorso: il modo migliore per trasmetterla è cercare di diventarlo. Se lo divento io, pacificata, l'altro che incontro la serenità e anche se non lo incontro, è un capitale che c'è nel mondo". Di fatto poi l'incontro c'è spesso, anzi uno dei grandi problemi degli eremiti è come riuscire a rimanere tali.
"Anche in questo sono proprio teleguidata: non programmo niente, è il Signore che mi manda quelli che hanno bisogno di un contatto. L'essere umano, per essere equilibrato, ha bisogno sia di ricevere sia di dare: per cui nella misura in cui ricevo da Dio, c'è un momento in cui ho bisogno di poter dare.
Affido questo bisogno al Signore, non programmo niente, e vedo che Lui mi mette sulla strada proprio le persone che hanno bisogno di ricevere quello che io posso dare. Ho toccato proprio con mano che la Provvidenza ci coordina perchè da noi non saremmo capaci". Qui faccio alcune domande dettate dalla curiosità: come vive un eremita, se, come leggiamo di S. Antonio, ha delle esperienze eccezionali. Wilma precisa: "San Giovanni della Croce dice che la vita di fede supera assolutamente qualsiasi grazia sensibile (si chiamano così perchè appagano la sensibilità); perchè la vita di fede nuda, pura, supera infinitamente tutte le rivelazioni e visioni che ci possono essere". Un'altra domanda: la mia interlocutrice cita il Vangelo, si rifà all'universo cattolico; ma d'altra parte si legge che i contemplativi siano al di sopra delle differenze tra confessioni, che sarebbero ispirate più dalla gerarchia che sentite dai fedeli. "Tutte le religioni, risponde Wilma, fanno riferimento all'essere supremo, un essere di luce che è tutto bontà, tutto amore. E' una esperienza che chiunque con buona volontà e coscienza retta può fare". Questo significa che la differenza tra il cristianesimo e le altre fedi è un fatto di vocabolario, di abito, e che una fede vale l'altra.
"Non è questo che volevo dire. Gesù si è rivelato come la via, la verità e la vita; se io credo in Gesù, devo credere in quello che ha detto. Ora la verità è Cristo. Ma l'induista, il buddista che ha la retta coscienza, che prega Dio, è in contatto con Lui. Non mi risulta che i fondatori di altre religioni, da Budda e Maometto, siano stati così precisi da dire: io sono la via, la verità e la vita. Questo non esclude che altri che non hanno ancora incontrato chi gli parli di Gesù, possa fare un'esperienza concreta di Dio. Di Dio ce n'è uno solo per tutti".Degli eremiti si dice, e in qualche cosa è vero, che pratichino l'ascesi, sottoponendosi a prove e privazioni, forse per acquistare una maggiore amicizia con Dio? "Vorrei insistere sul discorso della gratutità e sul fatto che il Regno dei cieli è gratutito. C'è questa mentalità, di doversi guadagnare il paradiso, di dover fare opere buone con questo scopo. Invece la cosa va rovesciata: Dio Padre ci ama come nessun padre può amare i suoi figli. Ora, un padre che ama i suoi figli, tutti i beni che ha, glieli vuole solo regalare: l'unica condizione è che li accettino gratuitamente. Dio, il regno dei cieli ce lo vuole dare. Le buone azioni non ci sono richieste perché le facciamo quasi controvoglia per guadagnarci il Paradiso: fanno già parte del Regno, quindi è già un dono di Dio, anzi il primo dono che Dio ci fa, di fare il bene per essere felici già su questa terra. Questo è in opposizione all'idea ascetica che si fa della vita eremitica".
Effettivamente
noi incompetenti immaginiamo che alla base della vita eremitica ci sia la ricerca
delle difficoltà. "Direi che la più grande difficoltà
sta proprio nel saper accettare gratuitamente il Regno dei cieli. E' il nostro
orgoglio, che ci spinge ad essere autosufficienti, a pagare tutto quando si
riceve, mentre il Signore vuole da noi che siamo come bambini abbandonati nelle
mani del padre. Ed è la difficoltà più grande; nella vita
spirituale la si prova più intensamente, perchè c'è questo
rapporto diretto con Dio, per cui fai nello stesso tempo l'esperienza del tuo
essere che ha questo indurimento, questa difficoltà a diventare così
maneggevole, così abbandonato, e così sicuro della Provvidenza
di Dio". Si dice che chi fa un'esperienza contemplativa e a più
forte ragione faccia un'esperienza incomunicabile,che lo rinchiude nella sua
soggettività. "Invece accade il contrario. Oggi c'è la tendenza
a credere che il criterio di verità sia soggettivo: che è vero
quello che sembra a te o a me; invece la verità oggettiva esiste. La
verità oggettiva è Dio. Dio è il più oggettivamente
parlando, quanto a essere, quanto ad amore, quanto a verità, quanto a
bene. Solo che per noi oggi, a causa del peccato, le cose si sono rovesciate.
Facciamo della verità oggettiva quello che pare a noi. Quando si parla
della difficoltà della relazione con Dio, quando si osserva che è
difficile pregare, sperare nella Provvidenza, eccetera, si spiega la cosa dicendo
che è naturale non credere, non sentire la presenza di Dio, in quanto
Dio appartiene a un altro ordine, l'invisibile, mentre noi apparteniamo a quello
visibile. La risposta giusta non è questa: non è perchè
Dio appartiene a un altro ordine, è perchè noi siamo decaduti
dall'ordine in cui eravamo stati creati. Dio ci ha creati in modo che, come
creature, il rapporto diretto e spontaneo l'avevamo con Lui, senza bisogno di
ascesi. Ora ci vuole l'ascesi, perchè siamo ripiegati su noi stesi. Ma
dopo un periodo in cui ci si sforza di pregare, meditare, ritrovare il rapporto
con Dio, ritroviamo il nostro essere originario, e la gerarchia dei valori è
ristabilita, perchè il di più diventa quello che è oggettivamente
di più, cioè Dio, che per noi conta più di tutto. Il resto
viene immediatamente dopo: una volta che si è ristabilito il rapporto
con Dio, il rapporto con gli altri va a posto da se.
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