Vangelo di oggi

22  febbraio - Mt 16,13-19

13 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14 Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15 Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18 E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

13 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?».

Questo episodio accade a Cesarea di Filippo, capitale della Gaulanitide e residenza del suo tetrarca, Filippo (fratello di Erode Antipa, marito di Erodiade, cf. Mt 14,3). L’imperatore romano Augusto aveva dato la città a Erode il Grande. Quando la città fu ricostruita dal figlio di Erode, Filippo, egli le cambiò il nome da Panion (in relazione al tempio del dio Pan che ivi sorgeva) in Cesarea di Filippo (in onore dell’imperatore). Anche Augusto, come tutti gli imperatori romani, richiedeva un culto pari a quello riservato agli dei. Gesù sceglie Cesarea di Filippo per essere riconosciuto come Cristo, figlio del Dio vivente, proprio per sostituirsi ai culti pagani degli uomini. Un altro suggerimento ci viene dato dalla posizione geografica di Cesarea: la città si trovava all’estremo nord del territorio di Israele, alle pendici del monte Hermon, alle sorgenti del fiume Giordano, al vertice opposto a Gerusalemme. Proprio qui Gesù rivela la sua natura messianica.

Il termine di “Figlio dell’uomo”, è molto usato da Gesù per designare se stesso. Indica la fragilità della sua condizione umana, ma lo collega in modo diretto alla profezia di Dn 7,13-14.

 14 Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».

L’elenco proposto dai discepoli è coerente. Erano in molti che pensavano che Gesù fosse Giovanni Battista ritornato dai morti, Erode Antipa ne è l’esempio più eminente (cf. Mt 14,1). Di fatto la loro predicazione e i loro gesti erano molto simili. Elia era salito al cielo in modo miracoloso (2Re 2,11) per cui Israele credeva che sarebbe ritornato e vedeva collegato questo evento con l’arrivo del Messia (cf. Ml 3,1.23). Matteo aggiunge Geremia poiché lo vede molto simile a Gesù, sia per le sue sofferenze, sia per la sua predicazione a riguardo del tempio (Ger 7; 26; Mt 23,29-24,2). Geremia è quello che ha dovuto patire il maggior numero di contraddizioni da parte della classe sacerdotale e degli anziani del suo popolo, quello che ha sofferto la vicenda più tragica, svoltasi – guarda caso – a Gerusalemme.

Così ricordando questi personaggi ci viene presentata la chiave di interpretazione della persona e della vicenda di Gesù: si può capirlo solo alla luce delle Scritture profetiche (il ritorno di Elia), in particolare di quelle Scritture che predicono un destino sofferente per il Figlio dell’uomo (Geremia).

 15 Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?».

La risposta “degli uomini” è già orientativa, ma non è ancora sufficiente. Vi è una soglia che solo i discepoli (anzi, per ora solo Pietro) possono varcare: Gesù non è soltanto “uno dei profeti”, ma il Messia, ovvero, come precisa Matteo, “il Figlio del Dio vivente”, cioè il rivelatore unico e definitivo del volto del Padre in mezzo agli uomini. In questo momento i discepoli vengono chiamati a pronunciarsi apertamente nei confronti di Gesù. Essi hanno vissuto con lui, hanno visto i suoi miracoli, hanno ascoltato le sue parole. Hanno abbastanza “materiale” per pronunciarsi in questo ambito.

 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 

Il Cristo è il termine greco equivalente a Messia. Entrambi indicano l’Unto, il consacrato del Signore, il re di stirpe davidica atteso da Israele. E’ questa la prima volta nel Vangelo in cui questo titolo viene espresso da uno dei discepoli di Gesù. Era un titolo abbastanza pericoloso e Gesù stesso esprime cautela nel manifestarsi in questa veste prima del tempo (cf. Mt. 16,20). L’aggiunta “figlio del Dio vivente” smorza un po’ il significato politico che poteva avere il titolo di Messia e pone la persona di Gesù su un piano ben più elevato.

 17 E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.

Figlio di Giona è praticamente il cognome con cui Pietro veniva meglio identificato. E’ come se Gesù renda ancora più solenni le parole che sta dicendo a Pietro, chiamandolo con il suo nome e cognome. Anche Pietro riceve la sua beatitudine personale. Egli è beato perché destinatario di una rivelazione particolare del Padre. Non ha raggiunto questa conoscenza attraverso degli sforzi umani (carne e sangue) ma grazie a Dio che glielo ha voluto rivelare. Questa affermazione richiama Mt 11,25 (hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti...).

 18 E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa.

Mt 10,2 ci informa che Simone veniva chiamato Pietro. Forse si trattava di un soprannome ispirato al suo carattere o alla sua persona (duro o stabile come una roccia). Comunque il gioco di parole Pietro/pietra si presta bene al discorso di Gesù. Pietro sarà il fondamento della Chiesa. Grazie a Pietro, pietra fondata sulla roccia che è Cristo, la Chiesa non vacillerà, non sarà fondata su alleanze con gli inferi, come invece si fondarono regni e istituzioni del passato (sull’alleanza con gli inferi vedi la profezia di Is 38,10). Ade era un dio greco il cui nome significa l’ “invisibile”. L’espressione greca traduce i termini usati per il mondo sotterraneo, lo sheol.

 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

L’idea della chiave è un rimando a Isaia 22,20-25 in cui si parla dell’insediamento di Eliakim come portiere del palazzo reale con poteri incontestabili di aprirne e di chiuderne le porte. Il potere di legare e di sciogliere può riguardare lo stabilire regole e concedere deroghe, l’ammettere o l’estromettere dalla comunità cristiana, il perdonare e il non concedere il perdono. Questo potere verrà accordato anche a tutta la comunità cristiana (cf. Mt 18,18) nei confronti di coloro che compiono qualche colpa grave. Comunque Dio ratificherà e appoggerà le decisioni di Pietro e della comunità dei credenti.

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