Vangelo di oggi

3 marzo - Mt 20,17-28

17 Mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: 18 «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte 19 e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà». 20 Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. 21 Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». 22 Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». 23 Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». 24 Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. 25 Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. 26 Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore 27 e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. 28 Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

17 Mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro:

Gesù sta salendo a Gerusalemme, probabilmente sta attraversando l’oasi di Gerico (tra pochi versetti si dirà infatti che esce da Gerico). Mentre i discepoli pensavano come imminente l’inaugurazione del regno messianico (un regno del tutto temporale) egli cerca di prepararli allo scandalo della croce.

18 «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte 19e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».

E’ questo il terzo annuncio della passione, più dettagliato e preciso dei precedenti. Gesù ha una percezione sempre più chiara della sua prossima fine tragica. Sembra però che queste parole siano state riprese dalla predicazione dei primi cristiani, che aveva come centro appunto la passione, morte e risurrezione di Gesù.

20 Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa.

Come nei casi precedenti, i discepoli di Gesù non capiscono e reagiscono in modo sbagliato. In particolare Giacomo e Giovanni ambiscono al secondo e al terzo posto in ordine di importanza nel regno che Gesù stava per instaurare. Matteo (a differenza di Marco 10,32-34) cerca di salvare la reputazione dei figli di Zebedeo (Giacomo e Giovanni) mettendo in mezzo la loro madre, che evidentemente faceva parte delle donne che seguivano Gesù insieme ai discepoli.

21 Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».

Per Matteo sarebbe stata quindi la madre di Giacomo e Giovanni a chiedere a Gesù di dare loro i primi posti nel suo regno. I due discepoli di fatto avevano già un ruolo di rilievo tra i dodici. Insieme a Pietro formavano il gruppo ristretto dei testimoni della risurrezione della figlia di Giairo, della trasfigurazione e lo saranno anche nell’orto del Getsemani. Credevano imminente l’inaugurazione del regno messianico, che concepiscono ancora come una realtà mondana. Ecco perché cercano di accaparrarsi i posti migliori.

22 Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo».

Gesù si rivolge direttamente ai due discepoli, domandando loro se fossero disposti a condividere con lui l’umiliazione e la sofferenza sulla via della croce. L’espressione biblica “bere il calice” designa la punizione riservata ai peccatori (Sal 75,9). Matteo omette l’immagine del battesimo che in senso traslato significa l’immersione nel dolore (Mc 10,38): forse non voleva fosse confuso con il battesimo sacramentale in acqua.

23 Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».

I due discepoli avrebbero perseverato nella sequela di  Gesù, condividendone i patimenti. In effetti, Giacomo venne martirizzato da Erode Agrippa nel 44 d.C. circa. Giovanni non morì martire, però viene associato alla sorte di Giacomo. Gesù riconosce che i due discepoli saranno in grado di partecipare alla sua sorte di persecuzione e morte, ma spetta al Padre assegnare loro il premio, che rappresenta un dono della sua libera iniziativa di amore.

24 Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli.

La domanda presuntuosa dei due fratelli (Matteo non nomina per rispetto Giacomo e Giovanni) provoca una crisi di ambizione all’interno dei Dodici. Gesù prende l’occasione per insegnare lo spirito di servizio, che dovrà stare alla base della sua comunità. Egli non nega il principio dell’autorità ma ne specifica le modalità con cui va attuata. Il suo insegnamento si contrappone alla concezione mondana del potere.

25 Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. 26Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore 27e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo.

La dominazione romana era un esempio lampante del dominio dispotico dei grandi, che per di più si facevano chiamare benefattori (Cf. Lc 22,25). I discepoli avrebbero dovuto esercitare l’autorità in modo diametralmente opposto: per loro comandare avrebbe significato servire e farsi schiavi dei fratelli.

28 Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Questo è il vertice cristologico di Marco e Matteo. Gesù propone come esempio di servizio se stesso. Egli si è donato interamente quale Servo sofferente per riscattare l’umanità dal peccato. La terminologia è presa dal quarto canto del servo di Jahwè (Is 53,10) e dal salmo 49,8. Egli ha dato la sua vita in riscatto per molti, cioè per le moltitudini. Il riscatto designava la somma sborsata per liberare uno schiavo. Qui indica l’offerta in sacrificio della vita di Gesù, quale vittima di espiazione per i peccati che tenevano schiavi gli uomini.

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