Vangelo di oggi

25 settembre - Lc 8,16-18

 16Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce. 17Non c'è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce. 18Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».

  16Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce. 

 Luca fa seguire alla parabola del seminatore alcuni detti che ci aiutano a comprendere meglio il suo messaggio. La Parola di Dio è una lampada che fa luce, deve essere visibile a tutti. Chi ascolta la Parola dunque deve viverla e farla fruttificare con perseveranza.

  17Non c'è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce. 

 Una cosa tenuta segreta finisce per essere conosciuta. C’è un processo inevitabile, soprattutto per la Parola di Dio. E’ un fine da raggiungere. Anche la Parola di Dio finisce per essere conosciuta e diffusa, come la luce.

  18Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».

 Con l’aggiunta di un “dunque” Gesù porta a termine il suo insegnamento parabolico. Non basta ascoltare la Parola, c’è infatti modo e modo di ascoltarla (vedi i diversi terreni) quindi l’evangelista sottolinea l’importanza delle disposizioni da avere nei confronti della Parola.  Il proverbio lo conferma: “a chi ha sarà dato”. Colui che ascolta la Parola di Dio con buone disposizioni, cioè un cuore integro e buono, sarà colmato da questa Parola; chi invece non prende le disposizioni volute e si lascia sorprendere dalle difficoltà e dalle prove, rischia di fallire totalmente anche se credeva di aver ascoltato e compreso il Vangelo.

 

 24 settembre - 25ma domenica TO

Mt 20,1-16

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 1«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna.3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». 5Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». 7Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna». 8Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. 11Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone12dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». 13Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro?14Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: 15non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». 16Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

  In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 1«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 

 Questa parabola ci porta nella vita quotidiana dei campi in Palestina. La giornata lavorativa era lunga 12 ore, dalle sei del mattino alle sei di sera. L’attività agricola per eccellenza della zona mediterranea, in una terra sassosa e scoscesa è quella della vite. L’uomo padrone di casa è il proprietario terriero che assume i propri operai con un contratto giornaliero.

  2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna.

 Matteo non si dilunga molto sul dialogo tra il padrone e i suoi lavoratori. Egli promette loro il pagamento di un denaro e li manda a lavorare. L’accento è posto sulla rettitudine delle operazioni. Il prezzo negoziato, un denaro d’argento per un giorno, era una buona paga.

  3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». 5Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 

 Gli operai che il padrone incontra durante la giornata se ne stanno disoccupati, argoi, cioè “senza opere”. A costoro il padrone non quantifica un salario, ma promette quello che è giusto. Ciò crea un effetto di suspence: quanto sarà la loro ricompensa? A cosa corrisponde un “salario giusto”? Alle ore effettivamente lavorate o a cos’altro?

  6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». 7Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».

Con l’ultimo gruppo di operai c’è un dialogo un po’ più esteso. Il padrone chiede il perché del loro rimanere inoperosi. La risposta è amara, nessuno li ha voluti prendere a giornata. L’eccesso di manodopera produce una certa disoccupazione. A costoro il padrone dà una parola di speranza (vi prendo io a giornata, nonostante sia già tardi) senza parlare del salario che intende dare loro.

  8Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». 

 Incomincia la seconda parte del racconto, quella in cui tutto viene ricapitolato, in cui i nodi verranno al pettine. La sera era il momento di dare la paga agli operai (cf. Lv 19,13; Dt 24,15). Stavolta il padrone viene chiamato “il signore della vigna” (un’espressione cristologica ed ecclesiale). Anche qui si sottolinea la sua correttezza: egli consegna la paga al tempo stabilito. Entra in scena un terzo personaggio: l’amministratore. Nei racconti evangelici che parlano delle scene di giudizio talvolta interviene questo intermediario. Per il pagamento si segue l’ordine inverso, per sottolineare ancora di più la scelta del padrone.

  9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. 

 Negli operai della prima ora si crea l’attesa di “ricevere di più”. Anche noi ragioniamo esattamente come loro. Se “quello che è giusto” per gli operai dell’ultima ora risulta essere un denaro al giorno, non sarebbe giusto che i primi ricevano di più? E invece ricevettero anch’essi un denaro: è questo il vertice narrativo della parabola, con un capovolgimento totale dell’aspettativa.

  11Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone

 Gli operai della prima ora cominciano a mormorare (gonghyzo, verbo quasi onomatopeico. In Matteo viene usato solo in questa occasione, in Luca è un’azione attribuita ai farisei che mormorano davanti alle azioni non del tutto ortodosse di Gesù. Cf. Lc 5,30).

  12dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». 

 Comincia qui il dialogo a cui è orientato tutto il racconto. Gli operai della prima ora brontolano non perché hanno ricevuto meno di quanto era stato loro promesso. Si indignano per essere stati “fatti uguali” a coloro che in fondo disprezzano perché non hanno lavorato il loro stesso numero di ore. Si tratta di una situazione che poteva essere avvenuta all’interno della Chiesa: come si accennava all’inizio, i primi all’interno della comunità non volevano essere considerati come gli ultimi arrivati, facevano discriminazioni, si sentivano superiori.

  13Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro?

 Il padrone di casa si rivolge a uno di loro chiamandolo “amico”. Questo potrebbe essere inteso come un’espressione di famigliarità, di vicinanza. Però se si tiene conto degli unici altri due passi in cui questa parola viene utilizzata, il suo significato assume un colore particolare. In Mt 22,12 amico viene chiamato l’uomo che entra al banchetto di nozze del figlio del re senza avere l’abito nuziale. In Mt 26,50 Gesù chiama amico Giuda che gli ha dato il bacio nell’orto del Getsemani, segno convenzionale per coloro che lo avrebbero arrestato. Come si può intuire si tratta di due situazioni estreme, in cui chi chiama “amico” l’altro di fatto di fargli comprendere in modo familiare che ha compiuto qualcosa di sbagliato, anche se ormai è troppo tardi. Anche in questo caso il tono è di rimprovero.

  14Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: 

 Il rimprovero diventa un invito a togliersi di mezzo. Il padrone ha voluto trattare tutti gli operai allo stesso modo.

  15non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». 

 Nessuno può dire al padrone come si deve comportare. Dio ha le sue logiche e non possiamo imporgli le nostre. In questo versetto vi è una contrapposizione: l’occhio cattivo (modo orientale di indicare l’invidia) e il padrone che è buono. L’occhio cattivo è quello geloso dei beni propri o invidioso dei beni altrui. E’ questo il vero problema degli operai della prima ora: non accettare che altri diventino partecipi dei loro stessi beni, della loro stessa eredità. Il padrone che è buono ricorda quel “uno solo è buono” di Mt 19,17, poco più sopra.

  16Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 Dio ha dunque stravolto tutte le nostre logiche. All’interno della comunità cristiana delle origini vi erano i giudeo cristiani che pensavano di avere più importanza dei cristiani provenienti dal paganesimo poiché avevano servito il Signore da molto più tempo e provenivano da una lunga storia di fedeltà al Dio di Israele. Matteo li ammonisce: i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi. E’ necessario essere buoni come il Signore, come il padrone della vigna. Egli vuole che tutti siano salvi e che tutti si accettino tra di loro come fratelli.

 

 

23 settembre - Lc 8,4-15

4Poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: 5«Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. 6Un'altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. 7Un'altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. 8Un'altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!». 9I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. 10Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano. 11Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio.12I semi caduti lungo la strada sono coloro che l'hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. 13Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. 14Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. 15Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.

  4Poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: 

 Anche Luca racconta il discorso in parabole di Gesù che troviamo in Marco e Matteo, però ne riprende solo la parabola del seminatore e la sua spiegazione. Questa parabola è rivolta alla folla che da ogni città si incammina verso Gesù. Le indicazioni geografiche rimangono vaghe. Ricordiamo che Luca non conosceva per niente la Palestina e se ci dà delle indicazioni di luogo esse hanno solitamente un significato teologico e raramente sono aderenti alla realtà.

 5«Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. 

 Luca precisa che il seminatore semina il suo seme. Più avanti (v. 11) ci ricorda che questo seme è la parola di Dio. In Palestina era usanza gettare il seme e poi si ara. Sul terreno, lasciato incolto dalla mietitura di giugno, rimane l’erba bruciata dal sole e alcune piante spinose rinsecchite che poi verranno seppellite dal passaggio dell’aratro. La sorte della semente dipende dal tipo di terreno sul quale cade. Una parte può cadere sulla strada che delimita il campo o sullo stretto sentiero che attraversa il campo e che è stato formato dal continuo passare di uomini e animali. Solo Luca annota che la semente caduta sulla strada viene calpestata. Forse allude all’avversione di alcuni dinanzi al Vangelo o la negligenza di chi prende la predicazione alla leggera.

  6Un'altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. 7Un'altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. 

 Nel terreno palestinese spesso lo strato roccioso si trova a fior di terreno, così le pianticelle non hanno lunga vita. C’è poi del grano che finisce insieme alle erbacce spinose. Spine e seme crescono insieme, ma alla fine le spine finiscono per soffocare il grano.

  8Un'altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto».

 Per ultimo, in contrasto con il destino fallimentare della semente di prima, parte del grano cade nella terra fertile. La proporzione di seme che finisce sul terreno buono non è data: normalmente è la maggior parte: è chiaro che il contadino semina la terra coltivabile anche se sa che inevitabilmente c’è sempre del grano che va perso. Il risultato è straordinario: il seme produce frutto al centuplo. Luca non si interessa ai diversi gradi di rendimento (Mc 4,8), anzi probabilmente evita tale distinzione per non classificare i cristiani in prima e seconda categoria. La prospettiva è missionaria. L’evangelista vede nel centuplo i futuri risultati della missione della Chiesa nel mondo.

  Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».

 La parabola termina con un grido di Gesù, un grido alla sveglia, un appello a scoprire il significato del racconto e ad applicarlo alla propria esistenza. Gesù in questa parabola risponde forse ai dubbi nati dai suoi discepoli o dalla folla sul risultato poco appariscente della sua predicazione o del Regno che egli stava annunciando. Egli è ottimista nei confronti dell’efficacia della Parola di Dio.

  9I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. 

 Il gruppo dei discepoli interroga Gesù, non in disparte come ci dice Marco, ma rimanendo vicino alla folla degli ascoltatori. Già in questo modo Luca attenua la separazione tra i discepoli e la folla. I discepoli chiedono a Gesù non perché parla in parabole, ma il significato di quella parabola.

 10Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano.

 Questa risposta non è proprio inerente alla domanda dei discepoli. Si può leggere come un’introduzione a quanto dirà dopo. Ci sono dei misteri riguardanti il Regno di Dio, delle cose un po’ difficili da capire, che sono rimaste segrete e che ora vengono svelate ai discepoli, perché sono in una relazione speciale con Gesù. Chi non entra in questa relazione speciale non può comprendere la parabola. Nessuno ne è escluso.

  11Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio.

 Questa spiegazione sembra essere stata fatta dalla comunità cristiana, che ha dato un significato allegorico ai vari tipi di terreno che accolgono la semente, cioè la parola di Dio.

  12I semi caduti lungo la strada sono coloro che l'hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. 

 L’immagine della semente caduta lungo la strada riguarda gli uomini che sono venuti a contatto con il Vangelo, ma sui quali la parola di Dio non ha avuto la possibilità di fare presa perché neutralizzata dall’azione del diavolo prima che potesse aprire l’uomo alla conversione. L’evangelista pensa a ciò che estrania l’uomo da Dio, lo chiude alla fede. Se non vi è fede non vi è salvezza.

  13Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. 

 L’immagine della semente caduta sulla pietra è applicata alle persone che hanno accolto la parola, si sono aperte alla fede facendo l’esperienza della gioia, ma non hanno avuto perseveranza. La loro fede non ha radici, è effimera. Cedono davanti alle prove della vita, non tanto alle persecuzioni, ma alle normali difficoltà che tutti devono affrontare. Essi rinunciano così alla fede che avevano abbracciato.

  14Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione.

 Una serie di tre pericoli minaccia di soffocare a poco a poco coloro che sono diventati cristiani. Si tratta delle preoccupazioni in genere, le ricchezze (tema a cui Luca è molto sensibile) e i piaceri della vita. Le persone che si lasciano travolgere da queste realtà, lentamente si allontanano dalla vita di fede.

  15Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.

 La terra buona permette di definire positivamente le esigenze di una vita cristiana autentica. Luca sottolinea prima di tutto la necessaria premessa per accogliere la Parola: un cuore integro e buono. Sembra l’applicazione di qualche virtù della cultura greca. Poi il frutto finale si raggiunge grazie alla perseveranza, allo sforzo di trattenere  quel bene che è la parola di Dio. Per Luca si tratta soprattutto della costanza nelle inevitabili difficoltà dell’esistenza cristiana che caratterizza il vero discepolo. 

 

22 settembre - Lc 8,1-3

1In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C'erano con lui i Dodici. 2e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; 3Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.

 1In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C'erano con lui i Dodici

 L’attività itinerante di Gesù diventa sistematica. Va di villaggio in villaggio, di città in città annunciando il suo Vangelo. Con lui ci sono i Dodici che a poco a poco diventano capaci di annunciare a loro volta il Vangelo e di seguire il suo metodo missionario.

  2e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; 3Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.

 La presenza delle donne nel seguito di Gesù è ricordato spesse volte da Luca. Egli ricorda qui che si tratta di persone che Gesù aveva guarito. Nel giudaismo vedere Gesù accompagnato da uomini e donne era un fatto sorprendente, insopportabile per le autorità religiose del tempo. Ma Gesù tollera che vi siano donne attorno a lui, accoglie la loro gratitudine e dona loro piena dignità davanti a Dio e agli uomini. Troviamo qui un riflesso delle comunità cristiane elleniche a cui apparteneva Luca. La prima ad essere ricordata è Maria Maddalena, cioè proveniente dalla città di Magdala, sulla costa occidentale del lago di Genesaret. Era molto venerata nella Chiesa primitiva poiché era la prima testimone della risurrezione di Gesù. Qui viene ricordata come testimone della sua vita pubblica. L’evangelista dice che era stata liberata da sette demoni. Questo poteva significare un caso di possesso piuttosto grave, forse la pazzia. La seconda, Giovanna, come ricorda Luca stesso era una donna molto in vista nella società del tempo. Si tratta di un caso eccezionale e mette in evidenza l’interesse di Luca nei confronti delle persone della sua classe sociale. Susanna è del tutto sconosciuta. Queste donne servivano (diakonein) il Signore e lo assistevano con i propri beni. Non si sa bene se fosse possibile loro portare con sé dei soldi, ma di certo Luca quando scrive queste righe ha in mente la situazione della sua comunità greco/cristiana. 

 

 21 settembre - San Matteo evangelista

Mt 9,9-13

 9Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. 10Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. 11Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 12Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

 9Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo,

 Il brano precedente associava la malattia al peccato. Questo brano della chiamata di un peccatore e del pranzo con coloro che venivano considerati come tali viene quasi di conseguenza: Gesù è venuto anche e soprattutto a salvare l’umanità dal peccato. Nel brano parallelo di Marco (2,13-17) l’uomo delle imposte si chiama Levi, figlio di Alfeo, e dopo la sua chiamata organizza a casa sua un banchetto per i propri amici e per Gesù. Dopo di che, Marco non ne parla più. Nel vangelo di Matteo l’uomo delle imposte invece è identificato con Matteo apostolo. Il nome deriva dall’ebraico Mattaj e significa “dono del Signore”. In tutto il vangelo di Matteo questo è l’unico cambiamento di nome rispetto a Marco: segno di una rivendicazione apostolica per lo stesso evangelo. L’autore, che in questo modo si firma, da un lato pretende di avere l’autorità apostolica di Matteo, ma dall’altro non si considera niente di più che un peccatore perdonato.

  seduto al banco delle imposte,

 Questa semplice indicazione ci dice molto di più della semplice posizione di un uomo. Egli era seduto al banco delle imposte, perciò era un esattore. Non era esattamente un pubblicano, poiché con questo termine si designavano in particolare i personaggi importanti che accentravano nelle loro mani l’esazione delle imposte. E’ questo il caso di Zaccheo. Matteo è un subalterno dei pubblicani, fa parte del gruppo degli esattori delle imposte, come i pubblicani malvisti dal popolo ebreo per via della loro collaborazione con gli occupanti pagani e delle maggiorazioni che molti di loro praticavano arbitrariamente. L’opinione pubblica li catalogava tra i pubblici peccatori, senza possibilità di scampo.

 e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. i giusti, ma i peccatori».

 Questo racconto di vocazione è molto stringato, ancor più che quello della vocazione dei primi quattro discepoli di Gesù. L’accento è spostato sul pranzo con i peccatori.

 10Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli.

 In Marco il banchetto era offerto da Levi in casa sua. Qui è Gesù che sta mangiando a casa propria e accoglie alla sua tavola i pubblicani e i peccatori. Per quanto riguarda i peccatori: poteva trattarsi di persone da una condotta morale dubbia (ladri, fannulloni...) oppure quelle categorie di persone che per la loro professione (esattori, lavoratori dei campi...) non potevano condurre una vita religiosa completamente secondo i dettami della Torah.

 11Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».

 I convitati di Gesù non erano certo persone con cui i farisei si potevano intrattenere a tavola, a causa del complesso rituale di purità a cui questi ultimi si sottoponevano. Perciò essi si scandalizzano che Gesù, da loro riconosciuto come un maestro, si abbassi a mangiare con queste persone. Però non lo criticano apertamente: si rivolgono ai suoi discepoli.

 12Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.

 Gesù si presenta come un “medico” di cui hanno bisogno i malati e non i “forti”, i sani. Il malato, più è grave, più ha diritto del medico e maggiori sono i doveri del medico nei suoi confronti. Così Dio si assume maggiori responsabilità nei confronti di chi è peccatore e fa di tutto per donargli la sua misericordia e riavvicinarlo a sé.

 13Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

 Matteo inserisce poi questa citazione di Osea 6,6. Egli è l’unico autore del NT e anche dei primi due secoli di cristianesimo a citare Osea 6,6, e lo cita addirittura due volte (qui e in 12,7). Questa citazione è introdotta dalle parole “andati, imparate”, che è molto simile al detto rabbinico “uscite e vedete”, cioè: “uscite” dalla casa di studio e “imparate” dalla vita. Osea 6,6 era un passo molto amato anche dal rifondatore del giudaismo farisaico dopo il 70 (quando venne distrutto il tempio). Gesù esorta ad andare oltre alle tradizionali distinzioni giudaiche per assumere la vera mentalità di Dio, che è venuto a salvare tutti, soprattutto i peccatori. Possiamo leggere in filigrana una delle difficoltà della comunità di Matteo. Accanto agli ex-ebrei che avevano superato le osservanze cultuali farisaiche, vi era forse un gruppo che (ora che il tempio era distrutto) voleva estendere le regole di purità richieste ai sacerdoti a tutto il popolo. Ecco quindi la grande insistenza su Osea 6,6: Misericordia io voglio e non sacrificio.

  

20 settembre - Lc 7,31-35

31A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? 32È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!». 33È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: «È indemoniato». 34È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e voi dite: «Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!». 35Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».

  31A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile?

 Nei versetti precedenti Gesù parla di Giovanni Battista, ormai in prigione, e di come fosse stato accolto in Israele. Il popolo, anche i pubblicani e i peccatori lo avevano accolto e avevano ricevuto il suo battesimo di conversione. I farisei e i dottori della Legge non avevano voluto farsi battezzare e avevano così reso vana la sua predicazione. Allora Gesù pronuncia questa parabola dei ragazzi che giocano in piazza. Si tratta di un giudizio negativo sugli uomini di questa generazione, Israele, ma in particolare i farisei e i dottori della Legge. Per Luca questa connotazione diventa però generale e riguarda tutti coloro che non accolgono la Parola di Dio. Gli uomini vengono paragonati a dei bambini!

  32È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!».

 Gesù si ispira a una scena alla quale gli ascoltatori potevano frequentemente assistere. Ragazzi che giocano sulla piazza del paese; il gioco consiste nell’indovinare il senso di una pantomima, rispondendo con un’azione mimica; forse i ragazzi interpellavano i passanti. Se il mimo non era capito i ragazzi dicevano: “Vi abbiamo suonato il flauto…”. L’immagine rappresenta quindi l’incapacità a interpretare correttamente gesti diversi, gioiosi o tristi, messi in scena da altri.

  33È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: «È indemoniato».

 Giovanni Battista è venuto come un asceta che non mangia pane (cioè cibo elaborato) né beve vino (bevande alcoliche), conformemente al messaggio sulla vicinanza del giudizio divino. Ma i capi di Israele non hanno voluto capire il messaggio di penitenza svelato dal suo comportamento ascetico.

  34È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e voi dite: «Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!».

 Il Figlio dell’Uomo, al contrario evita il digiuno, segno di lutto, e instaura la comunione di tavola con i giusti e i peccatori. Però i capi di Israele lo hanno giudicato un ghiottone e un bevitore di vino. Gli avversari di Gesù gli imputano un vizio vergognoso, che rende incapaci di una condotta decente e rende oggetto di disprezzo. E’ possibile si tratti di una calunnia che davvero circolava in Palestina sul conto di Gesù.

 Il secondo rimprovero, amico dei pubblicani e dei peccatori si pone sul piano religioso. Gesù frequenta gente religiosamente impura e quindi è impuro egli stesso. Chi giudica così non è disposto ad afferrare il senso del comportamento di Gesù, a vedere il suo mangiare con i peccatori il segno della vicinanza del Regno di Dio come inizio del tempo di festa, di gioia nuziale.

 Due diverse manifestazioni del Signore, la minaccia/giudizio e la liberazione/gioia, vengono ugualmente respinte dai loro destinatari.

  35Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».

 La Sapienza, cioè Dio nel suo disegno salvifico manifestato agli uomini nelle opere di Giovanni e di Gesù è stata giustificata, cioè riconosciuta nella sua verità. I figli hanno dato ragione alla Sapienza accogliendo la predicazione dei suoi messaggeri. Il popolo, i pubblicani, i piccoli hanno accolto e creduto. Non tutti dunque cadono sotto la condanna formulata da Gesù contro gli uomini di questa generazione. 

 

19 settembre - Lc 7,11-17

 11In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. 12Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. 13Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: "Non piangere!". 14Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: "Ragazzo, dico a te, àlzati!". 15Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. 16Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: "Un grande profeta è sorto tra noi", e: "Dio ha visitato il suo popolo". 17Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

  11In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.

 Gesù si sta ancora muovendo in Galilea. Solo al capitolo 9,51 egli comincerà il suo viaggio verso Gerusalemme. Gesù a Cafarnao ha compiuto la guarigione del servo del centurione ed ora si sposta a Nain, a circa 10 km da Nazaret, vicino al confine meridionale della Galilea. Ha già riscosso un certo successo, perché una grande folla lo segue.

 12Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.

 Gesù incontra un corteo funebre. I morti venivano seppelliti al di fuori della città. Molta gente segue il corteo, la stessa gente che rimarrà stupita dal miracolo compiuto da Gesù. L’attenzione però è rivolta alla donna e al suo dramma. Non solo è vedova, ma porta alla sepoltura il suo unico figlio. Ella è rimasta così priva di qualsiasi protezione e di sostegno economico.

  13Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: "Non piangere!".

 Luca chiama Gesù con il titolo di Signore, quello che gli veniva dato dalla comunità cristiana primitiva. Questo titolo viene utilizzato soprattutto per il Cristo risorto. Qui può forse indicare il fatto che Gesù è il Messia salvatore, che si prende cura del suo popolo. Gesù si rivolge alla donna e viene preso da grande compassione. Questa è l’unica volta che Luca attribuisce a Gesù questa emozione. Luca utilizza lo stesso verbo (splanchnizomai), che deriva dal termine to splanchnon: gli organi interni, il cuore. Viene indicata qui la tenerezza di Dio nei confronti del suo popolo (cf. Lc 1,78): il suo avere viscere di compassione. Il verbo viene utilizzato da Luca riferito ad altri soggetti solo nella parabola del Buon Samaritano, che appunto si commuove alla vista dell’uomo mezzo morto abbandonato lungo la strada (Lc 10,33), e in quella del Padre Misericordioso che si commuove al vedere il figlio prodigo di ritorno (Lc 15,20). E’ interessante notare che si tratta di figure che in qualche modo si rifanno alla capacità di amare propria di Dio.

  14Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: "Ragazzo, dico a te, àlzati!".

 Senza aver paura contrarre una situazione di impurità (prevista dalle usanze ebraiche) Gesù tocca il cadavere, entra in contatto con questa situazione di morte e di sofferenza. Il termine usato da Luca indica proprio la cassa da morto chiusa, secondo l’usanza greca. E’ però più appropriato pensare che il ragazzo fosse semplicemente adagiato su una barella secondo le consuetudini giudaiche.  Gesù a differenza di Elia e di Eliseo non deve fare chissà quali gesti per riportare in vita il ragazzo: è sufficiente la sua parola: ordina al ragazzo di alzarsi.

  15Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.

 Il ragazzo si mette seduto e incomincia a parlare, due atteggiamenti che indicano il suo essere ritornato in vita. Gesù poi lo restituisce alla madre, esprime ancora una volta la sua sollecitudine verso le difficoltà della donna rimasta sola. Il termine lo restituì alla madre è lo stesso che si ritrova nel miracolo di Elia, quasi un termine tecnico, dunque.

  16Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: "Un grande profeta è sorto tra noi", e: "Dio ha visitato il suo popolo".

 Questa reazione della folla è abituale nei racconti di Luca, che parla spesso del timore e della glorificazione di Dio davanti a un fatto prodigioso compiuto da Gesù. Anche la folla riconosce che Gesù è un grande profeta, al pari di Elia. Non solo, essi ripetono le parole che Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, pronunciò quando riebbe l’uso della parola (Lc 1,68.78): Dio ha visitato il suo popolo. La presenza di Dio è in mezzo a noi e si fa sentire attraverso i miracoli. Gesù è proprio il profeta di Israele.

  17Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

 La fama di Gesù dunque diventa sempre più grande. Qui il nome Giudea è utilizzato come sinonimo di Palestina (siamo infatti in Galilea).  

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