Vangelo di oggi

31  ottobre - Lc 13, 22-30

 22 Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. 23 Un tale gli chiese: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?". Disse loro: 24"Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!". Ma egli vi risponderà: "Non so di dove siete". 26 Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". 27 Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!". 28 Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. 29 Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. 30 Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi".

 22 Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.

 Luca inizia questo nuovo brano ricordando cosa stesse facendo Gesù. Il suo continuo spostarsi e insegnare è orientato verso Gerusalemme, il luogo della sua “glorificazione”. Qui la città viene chiamata eccezionalmente con il nome profano ellenistico di Ierosolyma, forse perché colpevole di non aver accolto il Signore.

 23 Un tale gli chiese: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?".

 Come in Luca 12,13 l’argomento del discorso di Gesù viene suggerito dalla domanda di uno sconosciuto. Questa domanda era molto diffusa negli ambienti giudaici dell’epoca di Gesù: alla fine dei tempi, qual è il numero dei salvati?

 Disse loro: 24"Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.

 Come suo solito Gesù evita il terreno della speculazione e interpella i presenti, li mette dinanzi alla decisione da prendere prima che sia troppo tardi. Non risponde nella veste di un visionario apocalittico, ma come profeta degli ultimi tempi. La porta stretta è la porta della sala in cui si terrà il banchetto alla fine dei tempi, la festa senza fine a cui tutti i credenti sono chiamati. Qui è chiaro l’appello alla conversione, alla decisione concreta e immediata, forse indirizzata inizialmente ad reticenti o disattenti alla sua predicazione. Luca ha mantenuto la prospettiva escatologica della sentenza come era in origine e il tipo di uditori. Quel sforzatevi per entrare può essere inteso anche come «lottate per entrare»: egli insiste sull’esigenza morale rivolta piuttosto ai suoi lettori cristiani: la porta che conduce al banchetto finale passa per la sofferenza e la prova, e si tratta di lottare con perseveranza, di metterci tutte le energie. Indirettamente, Gesù risponde alla domanda del suo interlocutore: coloro che si salvano sono pochi, perché ci vuole un certo impegno e non tutti vi si applicano.

 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!". Ma egli vi risponderà: "Non so di dove siete".

 Alla parola sulla porta stretta è stata accostata una specie di frammento di parabola che ricorda la conclusione della parabola delle dieci vergini (Mt 25,10-12). C’è un tempo che bisogna sfruttare, prima che il padrone di casa si alzi per chiudere definitivamente la porta. La frase suona come una condanna anticipata: è troppo tardi! Un severo ammonimento, nella linea delle minacce profetiche di Gesù contro l’incredulità di «questa generazione». Anche se hanno provenienza diversa i vv. 24 e 25 hanno una correlazione. La porta stretta per la quale bisogna passare è la porta della sala da pranzo. Essa rischia di essere chiusa e allora sarà troppo tardi.

 26 Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". 27Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!".

 La parabola potrebbe concludersi con la formula di condanna: «Non so donde voi siate», ma a essa è dato un seguito. Gli esclusi portano le loro giustificazioni: hanno mangiato e bevuto con Gesù e hanno assistito al suo insegnamento. Questi due comportamenti caratterizzano l’attività di Gesù:

 - la comunione di tavola è molto significativa per lui (ma non basta mangiare con Gesù, bisogna anche lasciarsi coinvolgere dal senso di questi pasti presi insieme ed entrare in comunione con la sua persona).

 - il suo annuncio è stato sentito da molti in Palestina (tuttavia è necessario accogliere il suo messaggio e convertirsi).

 Il testo ha di mira i contemporanei di Gesù: essere testimoni diretti dei fatti non li privilegia. Risuona di nuovo la sentenza di condanna: «non so donde voi siate», completata da una «formula apocalittica di giuramento», ispirata a Sal 6,9 che Luca cambia alla fine sostituendo operatori di iniquità con operatori di ingiustizia, cioè coloro che non mettono in pratica l’insegnamento ricevuto.

 28 Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.

 La sentenza di condanna del v. 27 riceve ora un seguito: la descrizione della punizione di coloro che sono rimasti fuori, e una profezia sulla venuta dei pagani al banchetto escatologico nel Regno di Dio. La parola profetico-apocalittica del v. 28 prolunga la scena precedente, ma il legame è debole. La particella «là» come avverbio di luogo, si aggancia all’immagine dello stare fuori della porta, inteso come luogo di punizione dove sarà pianto e stridore di denti. Il v. 28 oppone la felice situazione dei patriarchi e dei profeti nel Regno di Dio, sinonimo di paradiso in Luca, alla sorte di chi è «buttato fuori», cioè i contemporanei di Gesù (v. 26). Emerge il contrasto tra i giusti del passato che pur non essendo vissuti ai tempi del Messia, sono ammessi nel Regno di Dio, e chi invece ha avuto il privilegio di conoscere la novità dei tempi, di sentire e vedere Messia all’opera, e tuttavia rimane escluso dal compimento per non aver aderito. Nel nostro contesto, il versetto non oppone i Giudei e i pagani, ma i contemporanei impenitenti del tempo di Gesù e i giusti dell’AT. Certamente la comunità di Q (la fonte a cui sia Luca sia Matteo hanno attinto) e Luca hanno attualizzato. Per Q si tratta di un severo avvertimento rivolto a Israele che rimane chiuso al messaggio evangelico annunciato dagli inviati cristiani. Per l’evangelista, la minaccia riguarda gli operatori di ingiustizia, coloro che non hanno lottato  per entrare attraverso la porta stretta.

 29 Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.

 Il v. 29 appare soltanto giustapposto al v. 28, diverso per forma e contenuto; ma ovviamente, dovrà essere letto alla luce di quest’ultimo. Strutturalmente, la proposizione che parla di coloro che sono gettati fuori si trova drammaticamente posta tra la felicità dei santi dell’AT (patriarchi e profeti) e i pagani venuti dai quattro angoli della terra. L’espressione «verranno dall’Oriente e da occidente» richiama alla mente diversi temi veterotestamentari: l’affermazione della regalità universale di JHWH, il motivo del ritorno degli Israeliti dalla dispersione, e in questo caso il tema del pellegrinaggio dei popoli pagani a Gerusalemme, sul monte Sion, al quale si aggiunge la metafora del banchetto escatologico. Is. 25,6ss combina il motivo del banchetto escatologico e la venuta dei popoli in Sion. La conversione dei popoli pagani, espressa nell’AT con l’immagine della venuta in Sion, implica la loro partecipazione alla salvezza escatologica: questa visione positiva era in favore nel giudaismo ellenistico, molto meno in quello palestinese. Anche se prefigurata nell’AT appare una novità: questa affermazione rovescia le attese giudaiche: i veri eredi del Regno di Dio sono i popoli pagani che la mentalità apocalittica facilmente condannava, mentre gli Israeliti rischiano di rimanerne esclusi.

 30 Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi".

 Conclude il brano una sorta di proverbio, una sentenza vagante che poteva trovare altre collocazioni. La prospettiva originale di questa sentenza è escatologica, anche se l’evangelista vede il verificarsi di queste parole già nel tempo della Chiesa: nel futuro giudizio divino, alcuni che ora sono ultimi diventeranno primi, e viceversa. Riappare il rovesciamento di situazione previsto per la fine dei tempi e iniziato, secondo Luca, con la venuta del Messia. Nel contesto, questo rovesciamento riguarda la storia della salvezza: i Giudei che hanno respinto Gesù per mancanza di fede, saranno, contro il disegno originale di Dio e contro ogni loro attesa, esclusi dal Regno di Dio, mentre saranno ammessi i pagani da tutta la terra. Tuttavia Luca non assolutizza la sentenza, evita di dare un giudizio globale, si limita all’esortazione: ognuno può essere escluso e ognuno può essere ammesso nel Regno di Dio; dinanzi alla parola escatologica di Dio recata da Gesù, non conta più l’essere giudeo o pagano, importa la conversione e lo sforzo, necessari per non essere operatori di iniquità. Con questo versetto Luca sembra correggere l’impressione di discriminazione etnica che i versetti 26-29 potevano suscitare nel giudizio del lettore. Come ha risposto l’evangelista alla domanda iniziale “Sono pochi coloro che si salvano?” Da una parte, egli dà uno sguardo alla recente storia salvifica che ha trovato il suo centro nella venuta di Gesù, e vede i risultati portati dall’annuncio evangelico: l’incredulità di molti Giudei, la conversione di molti pagani; dall’altra, egli evita di dare un giudizio su tale situazione e si pone sul piano dell’esortazione parenetica: spetta al lettore non trovarsi fuori dalla porta del banchetto escatologico nel Regno di Dio!

 

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