Fratres
Ordinis Praedicatorum
- CURIA GENERALITIA
LETTERA
ALL'ORDINE
"CAMMINIAMO CON GIOIA E PENSIAMO AL NOSTRO SALVATORE"
ALCUNE RIFLESSIONI SULL'ITINERANZA DOMENICANA
Miei
cari fratelli e sorelle in San Domenico: Vi
scrivo con timore e tremore. E, per animarmi, comincio col farvi una confidenza.
Negli ultimi tempi, ho letto e meditato i diversi messaggi che gli ultimi quattro
Maestri dell'Ordine hanno scritto all'Ordine. Mi riferisco a questi, per menzionare
soltanto quelli che la Provvidenza ha posto al ser-vizio della Famiglia Domenicana
dai tempi del Concilio Vaticano II fino al 2001. Non posso che esclamare: quanta
ricchezza (1)! Quanto profonda la parola che ci hanno predicato con tanta generosità
e dedizione! Di fronte a ciò - questa è una mia confidenza fraterna
- com'è difficile scrivere una let-tera all'Ordine! Mi spiego
Sembra
che tutto sia già stato detto! Che cosa posso dire di nuovo ai miei fratelli
e sorelle in San Domenico?
Al tempo stesso constato, con dolore, che in
molte comunità (mi riferisco specialmente a quelle dei frati), forse si
conoscono appena gli Atti degli ultimi Capitoli Generali, testi che sono vero
programma di vita domenicana per il nostro tempo! Da ultimo, come può succedere
a tanti, e non soltanto nell'Ordine, mi coglie la sensazione di trovarmi di fronte
ad una certa "inflazione" di documenti, testi, messaggi, lettere, sui
temi più vari (impossibili a leggersi con profitto prima che ne arrivi
uno nuovo).
DIVERSE ESPERIENZE NEGLI ULTIMI SEI ANNI
1.
Tempo fa, un provinciale, conversava con me confidenzialmente sulla situazione
della sua Provincia. Pensando ad alta voce, lamentava, con una certa tristezza:
"Nella mia Provincia non posso fare nessuna assegnazione". Queste parole
mi impressionarono molto. Non posso smettere di pen-sarci e di pensare alle conseguenze.
Non è una novità: in questi ultimi anni ho vissuto due esperienze
molto diverse. Il lavoro come Procuratore Generale. Questo ufficio "sedentario",
come pochi lo sono, mi ha posto in contatto con molte situazioni molto delicate
per la vita domenicana e religiosa di molti fratelli e sorelle. Oggi, nell'esercizio
di questo ministero, molto più "nomade", quando visito le comunità
nei diversi paesi, scopro una "sinfonia-policromatica" dell'Ordine,
nella Chiesa e nel mondo, da un punto di vista differente. Tuttavia entrambe le
prospettive mi hanno portato ad un'unica intuizione. Mi hanno fatto scoprire che
c'è qualcosa che realmente "blocca", minacciando le radici della
nostra vocazione e missione nella Chiesa e nel mondo: una certa immobilità.
Quest'inerzia provoca una sorta di parali-si, un "istallarsi, o sistemarsi",
che ferisce mortalmente le energie più generose del nostro essere per vivere
come figlie e figli di San Domenico.
2. Una delle caratteristiche che Domenico di Caleruega ha incarnato, nell'imitazione
degli apostoli, e che noi abbiamo ereditato come suoi discepoli, è l'itineranza
evangelica. Con la grazia di Dio, per dirla in modo visivo, egli ha rotto i limiti
di uno schema "geografico" nell'organizzazione e nella vita della Chiesa,
basata fondamentalmente sulla struttura diocesana da un lato, e - parlando della
vita religiosa - sulla struttura della vita monastica e dei canonici regolari.
Certamente, la storia della Chiesa missionaria non cominciò con l'Ordine
dei Predicatori. Quanti monaci missionari, per esempio, hanno evangelizzato le
regioni dell'Europa! Domenico, però, volle fondare, in medio Ecclesiæ,
un Ordine che fosse e si chiamasse di predicatori.
"IN QUEL TEMPO,
": METTERSI IN CAMMINO CAMBIA LA VITA!
3.
Quando eravamo bambini ci piaceva molto ascoltare o leggere storie reali o immaginarie.
Molte di queste cominciavano con il tipico "C'era una volta". Salvando
le differenze, quando si proclama il Vangelo, seguendo Gesù nel suo cammino,
si è soliti iniziare la lettura con le parole: "In quel tempo"
Fra
Giordano, con la freschezza del discepolo, come volendoci far innamorare delle
nostre origini, scrive nel suo Libellus: "In
quel tempo, accadde che Alfonso re di Castiglia, volendo sposare suo figlio Ferdinando
con una nobile delle Marche, si rivolgesse al vescovo di Osma affinché
volesse prendersi l'incarico di essere suo procuratore in tale affare. Il vescovo
accondiscese alla preghiera del re e, preso con sé
il già
menzionato uomo di Dio, Domenico, sottopriore della sua Chiesa- si mise sollecitamente
in cammino, giungendo a Tolosa" (2). 4.
Marie-Humbert Vicaire nella sua "Storia di San Domenico", con vari argomenti
storici, riferisce che quest'invito di Alfonso VIII al vescovo di Osma fu fatto
verso la metà del maggio del 1203. Il celebre biografo francese, seguendo
Giordano, conclude: "Il vescovo non ha tardato a porsi in cammino, portando
con sé Domenico. Era metà ottobre del 1203.(3)" Questo 800
anni fa! Questo non è luogo né momento appropriato per entrare nei
dettagli. Neppure per soffermarci in un'analisi storica e cronologica più
esaustiva. Sappiamo - questo sì - che questo viaggio cambiò per
sempre la vita di questi due amici. Infatti, attraversati appena i Pirenei, i
due uomini di Dio poterono comprovare un fatto che fino allora non conoscevano
che per sentito dire: la sfida dell'eresia di radice manichea, profondamente penetrata
in quella regione per mezzo di gruppi e sette diverse. Come esempio elo-quente
dell'impatto che questa nuova realtà provocò in entrambi i viaggiatori,
Giordano ci racconta il noto episodio del locandiere: "In
quella stessa notte in cui furono ospiti della città di Tolosa, il sottopriore,
dopo lunga, calorosa e persuasiva discussione, riuscì con l'aiuto dello
Spirito di Dio a convertire l'eretico che li ospitava, il quale, non potendo resistere
alla sapienza dello spirito che parlava in lui, tornò alla fede" (4). La
"missione matrimoniale", lo sappiamo, esigerà un altro viaggio
e infine terminerà in un fallimento. Un fallimento? Sì, però
pregno di vita nuova! Così lo esprime Giordano di Sassonia: "Dio
aveva ordinato a un bene maggiore la causa del suo viaggio, in quanto esso doveva
essere oc-casione per preparare un matrimonio molto più eccellente per
tutta la Chiesa, un vincolo cioè di eterna salvezza fra Dio e le anime
che sarebbero poi state salvate in tante maniere dai vari errori del peccato (2
Cor 11,2). Il che fu poi comprovato dagli eventi che seguirono" (5). 5.
Una missione diplomatica, in nome del Re - un repentino cambiamento di piani nella
vita di Diego e Domenico - è l'occasione che finisce per offrire un colore
diverso alle loro storie, illuminate da una luce rinnovatrice della grazia. Un
vescovo e un sottopriore di un Capitolo della Cattedrale, chiamati a crescere,
a produrre frutto nel giardino limitato di Osma, incontrano un panorama ecclesiale
e storico totalmente diverso. Conoscevano sì le conseguenze delle eresie,
al di là dei Pirenei, però "solo per sentito dire". Qualcosa
di analogo al giusto Giobbe, che, alla fine della sua dura esperienza di vita,
in dialogo aperto con Dio, esclama: "Io ti conoscevo per sentito dire, ma
ora i miei occhi ti vedono"(6). Dio,
infatti, chiamava Diego e Domenico ad iniziare in terra straniera una nuova evangelizzazione
che, con il tempo, avrebbe avuto orizzonti universali. Il cammino, oltre il già
conosciuto, aprì loro gli occhi dell'anima. Non torneranno più ad
essere gli stessi. I due viaggi diplomatici (nel 1203 e 1205 rispettivamente)
hanno avuto conseguenze "vocazionali" per ambedue, e non perché
abbiano scoperto una vocazione diplomatica! Diego
di Osma, (nel 1206?), chiederà al Papa Innocenzo III la grazia di accettare
la sua rinunzia all'episcopato, dato che era suo desideratissimo proposito dedicarsi,
con tutte le sue forze, alla conversione dei Cumani, popolo pagano dell'Ungheria
orientale. Il Papa non accettò la sua rinunzia. Lo sappiamo. Il Vescovo,
in seguito, prese l'abito di Cîteaux; consiglia i Legati pontifici circa
la predicazione della fede contro gli Albigesi; per due anni si coinvolge seriamente
in questa missione itinerante; decide di ritornare alla sua sede di Osma; ma,
in breve, cade infermo e muore verso la fine del 1207. Conosciamo,
per maggiori, dettagli la vita di Domenico. Dal tempo dei viaggi alle Marche fino
alla morte, la sua vita sarà quella di un apostolo itinerante. Direi -
e perché no? - che da questo VIII centenario del "primo viaggio missionario"
di Domenico, cominceremo a celebrare, con gioia, altri "ottavi centenari"
di straordinaria bellezza e importanza per tutta la Famiglia Domenicana, tra i
quali la fondazione di Prouilhe sempre considerata come la prima comunità
dell'Ordine.
L'ITINERANZA NEL CUORE E NELLA MENTE DI OGNI DOMENICANO!
6.
Fra Paolo di Venezia, testimone nel processo di canonizzazione di San Domenico,
racconta che "maestro Domenico" diceva a lui e agli altri compagni di
viaggio: "Andate avanti, e pensiamo al nostro Salvatore". Testimonia
anche che "ovunque si trovasse, parlava sempre di Dio o con Dio". Confessa
"di non averlo mai visto in collera, né agitato o turbato, né
per la fatica del viaggio o in qualunque altra circostanza, ma di averlo sempre
visto contento nelle tribolazioni e paziente nelle avversità (7)".
7.
Dunque? Una lettera all'Ordine sull'itineranza? Quello che frati, monache, suore,
laici
famiglia domenicana tutta, hanno in mano, quello che leggeranno e
-lo spero - mediteranno nel loro cuore, personalmente e in comunità, è
il frutto di una riflessione fatta nel seno del Consiglio Generalizio. Quando
ho cominciato a pensare, e a riflettere, sul tema dell'itineranza nella vita domenicana,
ho preparato una riunione con il Consiglio Generalizio al completo. Ho invitato
anche fra Manuel Merten, Promotore Generale per le monache. Con sufficiente tempo
ognuno dei frati ha preparato
una breve esposizione sui diversi aspetti dell'itineranza nella nostra "sequela
Dominici": itineranza e vita spirituale; itineranza e cammino formativo e
intellettuale; itineranza e voti religiosi; itineranza e vita comune; itineranza
e vita contemplativa; itineranza e governo domenicano; itine-ranza e inculturazione;
itineranza e fenomeno della mobilità umana; itineranza e missione; ecc
In un raduno di tre giorni, fuori Roma, ciascuno ha presentato il suo tema e tutti
abbiamo dialogato su questi ed altri aspetti della nostra itineranza domenicana.
Confesso
che la qualità delle riflessioni è stata tale che, alla fine, già
non mi sentivo più capace di scrivere sul tema una lettera che abbracciasse
tanta ricchezza. È così ampio l'arcobaleno di temi da trattare!
Dall'altra parte, non potevamo neppure pubblicare semplicemente i quindici "testi"
prepara-ti. Lungi da noi pretendere di pubblicare una "enciclopedia"
o un "dizionario" sul tema! In
una seconda tappa, abbiamo cercato di meditare su alcuni temi centrali intorno
ai quali ruotano altri, e che abbiamo studiato insieme. Per questo ho chiesto
a quattro fratelli di presentare una sintesi elaborata di quello che avevamo condiviso
come comunità. Dunque vi presento il risultato del nostro lavoro. Fra Roger
Houngbedji (Vicariato dell'Africa Occidentale, Provincia di Francia, Socio per
l'Africa) ha scritto sulla "Itineranza nella Bibbia". Fra Manuel Merten
(Provincia di Teutonica, Promotore per le monache) ci offre la sua riflessione
sulla "Itineranza e vita contemplativa". Fra Wojciech Giertych (Provincia
di Polonia, Socio per la Vita Intellettuale) scrive sulla "Itineranza nel
cammino formativo e intellettuale". Finalmente, fra Chrys McVey (Vice-Provincia
di Pakistan, Socio per la Vita Apostolica e Promotore della Famiglia Domenicana)
ci parla della "Itineranza e mis-sione". La
parola iter - itineris (in greco: 'odos) significa: cammino, viaggio, marcia,
giornata. Mettiamoci dunque in marcia per percorrere insieme questo paesaggio
interiore domenicano.
I - L'ITINERANZA NELLA BIBBIA 8.
L'itineranza appare tema costante nella Bibbia. Il popolo della Bibbia si definiva
principalmente, infatti, come un popolo in cammino. La parola "ebreo",
con la quale è conosciuto, deriva da "ibri" (da "eber",
che vuol dire "l'altro lato" di un limite) ed evoca l'idea di emigrazione.
Il popolo ebreo è dunque un popolo sostanzialmente in migrazione, un popolo
nomade. È in quest'ottica che i grandi credenti dell'Antico Testamento,
(particolarmente i Patriarchi) vanno considerati come "forestieri" (xenoi),
per il fatto che non hanno potuto ottenere (ma lo hanno visto soltanto da lontano)
l'oggetto delle promesse fatte loro dal Signore (cf. Gen 23.4; Es 2.22; 1 Cro
29.15; Salmi 39,13; Lev 25.23). Tutta la storia del Popolo di Israele sarà
dunque vista come una lunga marcia verso la realizzazione delle promesse di Dio
nel suo Messia. La
comunità cristiana (il nuovo Popolo di Dio) sarà anch'essa chiamata
"la Via" (Cf Atti 9,2; 18,25; 19,9.23; 22,4; 24, 14.22), cosa che traduce
con trasparenza l'idea di cammino o d'itineranza. Da questo punto di vista l'autore
dell'epistola agli Ebrei presenterà la comunità cristiana come una
co-munità di pellegrini sulla terra (Eb 11,13), in cammino verso la città
futura solidamente costruita (Eb 13,14). I cristiani vivono quaggiù come
degli "sradicati", ma "radicati" lassù, nella città
celeste, me-ta del loro cammino. San Pietro, nella sua lettera (1 Pt 1,17), dimostrerà
che dal momento in cui i cristiani non appartengono che a Dio, devono considerare
il loro passaggio sulla terra come un sog-giorno transitorio, senza alcun attaccamento
a questo mondo. Il termine tecnico usato dal Nuovo Testamento per esprimere questa
situazione transitoria del cristiano in questo mondo è parepidêmos,
e designa lo straniero non stabilito, il viaggiante, e si oppone allo straniero
residente in permanenza. Appare, nella mentalità biblica, che tutta
la vita del credente, il suo rapporto con Dio, è polarizzato dall'idea
di marcia, di strada, d'itineranza. La questione sta nel sapere in che consiste
quest'itineranza o che cosa la caratterizza. Uno sguardo d'insieme permetterà
di individuare tre grandi tratti caratteristici dell'itineranza biblica. ITINERANZA
COME ESODO Spostamento
spaziale 9.
Il cammino di Dio (hodos) si definisce qui come una partenza, un'uscita, un esodo.
Il credente è chiamato a staccarsi da un luogo determinato, a rompere il
suo attaccamento ad un mondo materiale o geografico per mettersi a cammino e andare
altrove. L'itineranza è intesa qui nella sua accezione geografica, fisica.
È in questo senso che si può capire l'itineranza di Abram che deve
partire dalla sua terra per avventurarsi in un paese straniero (Gen 12,1-9). La
Parola, che Dio gli indirizza, porta il patriarca a compiere una rottura totale
con la sua patria, e con tutti i legami umani per lanciarsi su un percorso, lungo
il quale soltanto la fede è importante. La fede del patriarca consiste,
precisamen-te, in una risposta incondizionata che lo conduce ad ingaggiarsi su
un cammino di cui Dio solo conosce la fine. È la stessa cosa per il profeta
Elia che si metterà in marcia fino all'Oreb dove Dio, attraverso una brezza
leggera, gli si rivelerà (1 Re 19, 4-8). L'itineranza dunque, esige un
salto nello sconosciuto, che è il luogo della fede. Peraltro,
il popolo eletto, nel suo insieme, è segnato anche dall'esperienza dell'Esodo
dall'Egitto, un'esperienza che determinerà tutta la sua vita. Condotto
da Dio e da Mosè, esso è chiamato ad impegnarsi su una lunga e difficile
strada, nella quale, attraverso mille prove, arriverà a conoscere il suo
Dio e ad entrare nella terra promessa. A causa dei suoi numerosi peccati il popolo
sarà nuovamente esiliato in Babilonia dove dolorosamente farà esperienza
della sua condizione di "pellegrino" considerandosi come un gruppo di
rifugiati o di esiliati in terra straniera (cf Salmo 137). E alla sua liberazione,
sarà di nuovo chiamato a lanciarsi in un nuovo esodo, segno della liberazione,
che sarà realizzata dal 'Servo del Signore' la cui missione consiste nel
far uscire dalla schiavitù più profonda costituita dal peccato (Is
42, 1-9; 53, 5-12) ogni uomo. Nel
Nuovo Testamento Gesù sarà presentato come un grande itinerante.
Nei vangeli, infatti, Egli appare come un viaggiatore, è sempre in cammino
(cf. Lc 9,57; 13,33; Mc 6,6b), passando dalla Samaria in Galilea o dirigendosi
verso Gerusalemme (Lc 9,51). Egli stesso si presenta come il Figlio dell'uomo
che non ha dove posare il capo (Lc 9, 58). Invierà anche i discepoli sulla
strada (Lc 10, 1-9; Mt 10, 5-15) ed indicherà la condizione del discepolo
come impegno per seguirlo (Lc 9, 59-62; Mc 2, 13-14; Giov 1,43). Tutta la missione
degli apostoli, dopo la morte di Gesù si compirà dentro la prospettiva
di una grande itineranza (cf Atti 16, 1-10; 2 Cor 11, 23-28). Da
questo risulta che l'itineranza nella Bibbia è, prima e anzitutto, geografica/spaziale
nel senso di passaggio di un luogo all'altro - la parola passaggio avendo anche
il significato di Pasqua, Esodo (Gesù ha compiuto la sua Pasqua passando
da questo mondo al Padre suo: Giov 13,1). È doveroso notare che lo spostamento
spaziale si fa sempre in vista di una missione. Spostamento
spaziale in vista di una missione 10.
Nella prospettiva biblica, gli spostamenti, nel quadro di un comandamento o di
un'obbedienza, molto frequentemente si fanno in vista di una missione: un messaggio
da portare, qualcosa da adempire. È il caso di Mosè, per esempio,
il cui incontro col Signore (Es 3, 1-6) sarà l'inizio della sua missione:
precedentemente, a causa della polizia, Mosè è dovuto fuggire d'Egitto
(2,15) ma, su 6 ri-chiesta di Dio (2, 15), vi ritorna per liberare il popolo.
Lungo questa missione egli riceverà frequentemente richieste da parte del
Signore per incontrarsi col Faraone e guidare il popolo nel deserto, per ricevere
la Legge e consegnarla al popolo. Tutto il libro dell'Esodo si presenta come itineranza
vissuta in obbedienza a Dio. Succede lo stesso nei libri profetici. Il profeta
è colto da Dio, nella situazione in cui si trova, per compiere una missione.
Molto frequentemente questa missione lo porta a confrontarsi col re o con le autorità
religiose, ad arrischiare la propria vita. Ciò vuol dire che l'obbedienza
richiesta suppone non soltanto uno spostamento, ma anche un rischio da assumere.
La missione non è mai senza pericoli. Elia, modello di profeta, ne fece
l'esperienza: dovette fuggire dal suo paese per salvare il futuro successo della
sua missione (1 Re 17, 3.9), dovette ritornare ed af-frontare Acab per dargli
il messaggio dettato da Dio (1 Re 18,1; 21,18-19) ed abbandonare il luogo dell'incontro
con Dio per poter continuare la sua missione (1 Re 19,15-16). Abbiamo come un
sunto schematico di questo quando il profeta chiede ad un semplice credente d'essere
il suo intermediario: il comando è per uno spostarsi, in vista di un messaggio
da dare, ma c'è un rischio, e dunque c'è ragione per aver paura
(1 Re 18, 7-16). Nel Nuovo Testamento, il comandamento che esige un andare è
sempre associato alla predicazione del Regno, del tempo di Gesù (Cf Lc
9,2), o alla missione, dopo la sua risurrezione (Mt 28, 19-20). Le condizioni
ne sono precisate: trattasi di viaggiare senza bagagli ingombranti e senza mezzi
speciali. E sappiamo che il rifiuto dell'itineranza porta all'insuccesso (Mt 19,
16-22; Lc 18,18-23; Mc 10, 17-22). ITINERANZA
COME CONVERSIONE 11.
All'itineranza geografica/spaziale si collega l'itineranza spirituale che appare
come il luogo della conversione, intesa come metanoia (il cambiamento radicale
dello spirito, di mentalità). Nella Bib-bia, l'itineranza geografica è
accompagnata dall'itineranza spirituale: il distacco, da un luogo all'altro, si
fa in vista del distacco da se stesso, per non appartenere che a Dio. Il termine
biblico usa-to per manifestare questo legame tra i due tipi d'itineranza è
"derek" (cammino), derivato da "darak " (camminare) e designa
il cammino spirituale da intraprendere per corrispondere alla volontà ed
al piano di Dio. Nella mentalità d'Israele, a causa dei suoi peccati e
del rifiuto di realizzare i disegni di Dio, l'uomo deve conformare il suo modo
di esistere, i suoi fatti, i suoi gesti, alla volontà divina (Mich 6,8;
Is 30,21; Os 14,10; Salmo 119,1). Questa è, per lui, la condizione per
arrivare alla vera vita (Prov 2,19; 5,6; 6,23;Dt 30,15; Ger 21,8). La conversione
consiste tutta nel processo spirituale (itineranza spirituale) da intraprendersi
per corrispondere alla volontà di Dio. È in questa prospettiva che
si può comprendere tutta la trasformazione che si opera nella vita del
profeta, che riceve una missione specifica da Dio. Il richiamo di Dio lo afferra
e cambia profondamente il suo statuto socia-le, il suo modo di vita, nello stesso
tempo in cui gli si domanda di compiere una missione che comporta uno spostamento,
un'itineranza (Cf Os 1,2; Giona 1,2; 3,2). Lo spostamento qui non è soltanto
spaziale ma anche simbolico nella misura in cui tocca allo stesso tempo la vita
del profeta e quella del popolo, nel suo rapporto con la Legge. Si afferra questa
stessa idea nel Nuovo Testamento attraverso il termine "hodos", la via
(Atti 18,26), che i discepoli devono intraprendere per giungere alla vita (Mt
7, 13-14). È in questa prospettiva che s'iscrivono le condizioni poste
da Gesù per entrare nel Regno (Mc 1, 15), le stesse che si esigono dai
discepoli che vogliono seguirlo (Mc 8, 34-35). Seguire Cristo, qui, spinge il
discepolo a rinunziare radicalmente a sé stesso, e a tutte le sue tendenze
egoiste, per far dipendere la sua vita unicamente da lui. Il seguire Cristo (l'itineranza
geografica) è condizione dalla rinuncia radicale, come luogo di conversione
(itineranza spirituale). L'itineranza spirituale si presenta come il luogo di
un'identificazione al Cristo.
ITINERANZA COME IDENTIFICAZIONE AL CRISTO
Il
Cristo come cammino 12.
La grande innovazione del Nuovo Testamento è l'identificazione del cammino
con il Cristo: Cri-sto stesso si presenta come la via viva che porta al cielo
e dà accesso al Padre (Giov 14,6). Questa identificazione del Cristo con
la via, mostra che il cammino da intraprendere (sia fisico, sia spirituale) non
è un insieme di leggi o di attitudini, ma è la Persona del Cristo,
l'unica via con la quale il di-scepolo deve identificarsi per avere accesso a
Dio Padre. Tutto il cammino del cristiano (la sua itineranza) dunque consisterà
nell'identificarsi col Cristo per mezzo della vita di fede. Credere al Cristo,
dunque, consiste, nell'andare, nell'unirsi a lui (impegnarsi esistenzialmente
con lui) in modo da appropriarsi i suoi doni e ricchezze, condizione per arrivare
a Dio. L'identificazione col Cristo (il cammino che guida al Padre) si presenta
qui come ciò che dà al cristiano consistenza, stabilità,
per-mettendogli di perseguire il percorso nonostante difficoltà e prove
del cammino. Detto in altro modo, identificarsi col Cristo - luogo di una vita
di fede e di radicamento nella sua Persona - è ciò che dà
al discepolo lo slancio per una vera itineranza. Non c'è dunque vera itineranza
senza la ricerca di una fermezza o stabilità in Cristo. Obbedienza
ed itineranza nell'Ordine
13. L'identificazione al Cristo - luogo di conformità alla sua volontà
e di obbedienza - nell'Ordine, ha un legame molto forte con l'itineranza. Infatti,
nella tradizione domenicana, l'itineranza, per forza dell'obbedienza è
all'origine stessa dell'Ordine, o piuttosto del suo sviluppo spettacolare fuori
della regione tolosana. San Domenico disperde i frati due a due (Libellus 47),
probabilmente pen-sando all'azione di Gesù che invia i suoi discepoli a
due a due. Si trattò di un'obbedienza che esclu-deva la discussione (Cf
Deposizione di Fr. Giovanni di Spagna, Deposizione di Bologna, 26) e che fu mantenuta
nonostante l'opposizione dei frati e delle autorità civili e religiose
amiche di san Do-menico. I frutti saranno lo sviluppo magnifico dell'Ordine. Là
ancora si trattava di una dispersione in vista di una missione, quella della predicazione
e della propagazione della vita apostolica secondo il modello pensato e voluto
da San Domenico. Le deposizioni al processo di canonizzazione di Maestro Domenico
dimostrano che i frati viaggiavano molto da un luogo all'altro in funzione delle
ne-cessità della predicazione. Un esempio di questa mobilità è
l'assegnazione del Beato Reginaldo a Parigi, quando faceva meraviglie a Bologna
(Libellus 61-62). L'obbedienza
religiosa non è fine a se stessa. Essa sta al servizio della missione dell'Ordine,
tale com'è definita dai Capitoli Generali e Provinciali, ed assicura all'Ordine
la libertà necessaria alla sua azione (Bologna 33). Essa è uno strumento,
per mezzo del quale, i frati, come corpo costituito, rispondono alle esigenze
del bene comune di raggiungere insieme ciò che è stato scelto insieme.
L'obbedienza dunque non è l'espressione del capriccio di un superiore o
del Capitolo, ma l'espressione personalizzata dello sforzo che si richiede a tutti
in vista della missione o del bene dell'Ordine, in circostanze particolari e normali.
E siccome queste sono, per natura, mutevoli, occor-re che i frati accettino anche
il cambiamento per rispondere meglio alla missione. La mobilità intellettuale,
apostolica, degli uffici, dei luoghi, è dunque la conseguenza della missione
valutata e voluta in comune. Tanto l'immobilismo, quanto l'eccessiva mobilità
sono evasioni in relazione alla mis-sione. L'obbedienza è il mezzo per
regolare la mobilità in vista della missione, provocare l'itineranza al
fine di rispondere alle necessità, imposte dalle circostanze, o volute
da un Capitolo. Evidentemente, per ritornare a quello che la Bibbia c'insegna,
l'itineranza voluta e accettata nel quadro dell'obbedienza religiosa suppone la
fede, da una parte nella capacità dell'istituzione di discernere il bene
comune e, dall'altra parte, in Dio poiché è il suo Vangelo che sta
all'origine della nostra presenza nell'Ordine, e all'origine della missione affidata
dalla Chiesa, alla quale serviamo nel miglior modo possibile. In questo senso,
per noi, l'obbedienza religiosa, e l'itineranza che ne risulta, sono intimamente
legate alla nostra vita, poiché questa è in vista della predicazione
del Vangelo. Non per niente, l'unico voto, che pronunciamo pubblicamente, è
quello dell'obbedienza.
II - ITINERANZA - VITA CONTEMPATIVA - MATURITÀ
ITINERANZA O PERMANENZA - ESISTE UNA "PARTE MIGLIORE"?
14.
"Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome
Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale,
sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta
presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: 'Signore, non ti curi
che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti.' Ma
Gesù le rispose: 'Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose,
ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta
la parte migliore, che non le sarà tolta (8)". È
molto probabile che questo brano del Vangelo secondo Luca sia stato, e sia ancora,
quello che ha contribuito di più alla comprensione cristiana della contemplazione:
la contemplazione è diventata così l'opposto dell'azione, anzi migliore.
In quest'immagine sarà certo difficile trovare un indizio dell'itineranza
come valore speciale per un vero discepolo di Cristo, tranne il fatto che il Signore
stesso e quelli che lo accompagnavano "erano in cammino" prima di entrare
nella casa di Betania. Tuttavia,
questo potrebbe essere un passaggio ancora male capito, come se, condannando l'azione,
desse preferenza spirituale ad una "vita tranquilla nascosta" o ad un
"luogo ritirato per la contemplazione" (9). Difatti, a prima vista,
sembra che "itineranza" sia esattamente l'opposto del modo in cui Maria
si comporta nel vangelo di Luca. Lei non fa proprio niente per dare una mano alla
sorella! Ancora
ragazzo, mi sentivo un po' scomodo davanti alla reazione del Signore alla richiesta
di Marta. Da una parte, nel mio modo innocente di pensare, Gesù approfitta
del lavoro diligente e duro di Marta, eppure, dall'altra parte e allo stesso tempo,
incoraggia Maria, seduta ai suoi piedi, solo ad ascoltare.
Mi spiaceva molto per Marta, e Maria m'infastidiva. La consideravo un po' pigra,
una che Gesù lodava un po' ingiustamente. Immaginavo mia sorella mentre
leggeva la Bibbia, mentre io dovevo lavare i piatti - certamente avrei considerato
mia sorella come quella che aveva scelto la parte migliore, ma in nessun modo
come quella che, al colmo, ne meritava le lodi. Ma chi può contraddire
Gesù? Avrei voluto tuttavia chiedergli: "Allora, che valore hanno
le parole che hai detto alla donna che dalla folla, alzando la voce ti disse,
Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte! Non gli
hai forse risposto: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio
e la osservano"(10)? Anche
se il mio modo di pensare infantile niente aveva in comune con l'erudizione biblica
di oggi, sono tuttavia ancora convinto che avevo ragione nel mettere in discussione
un modo di capire la "contemplazione" come "unicamente sedersi
per ascoltare". Secondo lo stesso insegnamento del Si-gnore si deve "osservare
la parola", "agire in conformità con la volontà del Padre"
(11).
ITINERANZA E CONTEMPLAZIONE: L'ARTE D'INTERPRETARE IL TEMPO PRESENTE
15.
È evidente che si usa male la parola "contemplazione" se la si
adopera solo in contrasto con "azione", quasi fosse un'esortazione per
dire che è meglio rimanere in casa e non fare nient'altro che sedersi qua
e là ad ascoltare. Hanno ragione le Costituzioni delle Monache del nostro
Ordine quando parlano della contemplazione e dell'ascolto, e nello stesso tempo
della necessità di lavorare diligentemente, studiare ardentemente la verità,
pregare attentamente e partecipare la vita comune (12).
Quindi, almeno secondo la mentalità domenicana, "vita contemplativa"
propriamente vuol dire "contemplazione" con "azione". Così,
"contemplazione" è ben differente dalla pigrizia. Non significa
rimanere immobili, o inattivi. Anche la clausura delle nostre monache è
legata alla comprensione della larghezza e lunghezza, la profondità e l'altezza
dell'amore di Dio, che per un solo motivo ha mandato il suo Figlio: la salvezza
del mondo intero (13).
Il "vuoto", così importante per qualunque "contemplazione",
non significa oziosità. Il vangelo secondo Giovanni ci offre la storia
di un'altra visita che Gesù fece alla casa di Betania, e questa ci aiuta
a scoprire più pienamente le dimensioni della "vita contemplativa".
"Sei
giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania, dove si trovava
Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta
serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio
profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li
asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo
dell'unguento" (14). Marta
di nuovo sta servendo il Signore, Lazzaro è a tavola con Gesù, ma
Maria, che, secondo il vangelo di Luca, aveva scelto la parte migliore, questa
volta non siede ai piedi di Gesù: al contrario, sta facendo un'altra cosa
molto concreta. Pare che, di nuovo, scelga "la parte migliore". Gesù
prende partito in suo favore e l'appoggia contro Giuda Iscariota e l'intervento
dei discepoli. Questo ci porta alla domanda: "Qual è il segreto per
saper "scegliere la parte migliore", qual è la vera chiave per
vivere "una vita contemplativa"? Troviamo
una risposta a questa domanda nel libro dell'Ecclesiaste, un documento di saggezza
- certamente risultato, e frutto, di una vita contemplativa. "Per ogni cosa
c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C'è
un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per
sradicare le piante. Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per
demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare. Un tempo per gettare sassi e un tempo
per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci"
(15).
Dai suoi discepoli Gesù pretende che sappiano "interpretare il tempo
presente" (16). È evidente che Maria di Betania soddisfa pienamente
le aspettative del Signore. Lo fa quando siede ai suoi piedi, ascoltando le sue
parole, come anche quando prende una libbra di profumo ed è prodiga nell'espressione
del suo amore, non preoccupandosi di quello che la gente poteva pensare di lei.
Come
ci si può comportare così? Qual è la condizione necessaria
per diventare un interprete del tempo presente, un contemplativo, uomo o donna?
Maria di Betania dimostra verso il Signore questo tipo speciale di sollecitudine.
Maria è totalmente sollecita verso di lui come persona; è comple-tamente
sollecita alla sua missione, e allo stesso tempo rimane conscia di se stessa,
e di quello che è bene per lei: vive in un rapporto permanente con "l'amato
del suo cuore" (17). In
questo senso, sollecitudine significa che tutta la vita è concentrata su
una sola cosa: mettersi in re-lazione con Dio e con la sua volontà. Poco
a poco, questo ci formerà al modo di vivere di Gesù: "Mio cibo
è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera"
(18). Non c'è dubbio, riguardo all'itineranza di Gesù, che viveva
una vita attiva, ma neanche c'è alcun dubbio che pregava in solitudine
e in silenzio - la chiave per una vita contemplativa è "l'interpretazione
del tempo presente", la sollecitudine con la volontà del padre, la
volontà di lasciar guidare la nostra vita da nessun altro che da Dio, da
ciò che Egli ci chiede, qui e adesso, "amando l'Eterno il vostro Dio,
camminando in tutte le sue vie, osservando i suoi comandamenti, tenendovi stretti
a lui e servendolo con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima"
(19).
ITINERANZA - CONTEMPLAZIONE - MATURITÀ
16.
"Il nostro cuore è senza pace finché non riposa in te"
- quest'intuizione di Sant'Agostino collega le nostre riflessioni sull'itineranza
e la contemplazione con la maturità nella vita religiosa (come anche nella
vita cristiana). Non si può immaginare una maturità senza avanzamento,
senza rischi, sen-za un'itineranza spirituale. Questo processo di crescita, però,
ha anche bisogno di fermate, pause, e adattamenti. Ha bisogno sia di sforzi propri,
come di sfide esterne. Il
vangelo di Luca ci offre una storia eccellente sul processo di maturazione religiosa
e umana (20). "In
quello stesso giorno, due di loro se ne andavano verso un villaggio, di nome Emmaus,
distante sessanta stadi da Gerusalemme. Ed essi parlavano tra loro di tutto quello
che era accaduto." L'itineranza - anche se è solo per sfuggire alla
depressione - è descritta come una condizione possi-bile, se non necessaria
per la guarigione e la crescita interiore. Lo è anche la compagnia. Non
c'è nessun processo di maturazione che possiamo fare da soli. Abbiamo bisogno
dell'altro, qualcuno che, al nostro fianco, ci conforti, condivida le nostre ansie
e preoccupazioni, ci interroghi. "Mentre
parlavano e discorrevano insieme, Gesú stesso si accostò e si mise
a camminare con loro. Ma i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo. Egli disse
loro: "Che discorsi sono questi che vi scambiate l'un l'altro, cammin facendo?
E perché siete mesti?". Ora la storia ci fornisce un'ulteriore intuizione
sul processo di maturazione: oltre alle sfide che ci sono familiari abbiamo bisogno
di sfi-de che ci vengono dall'esterno. Non è sufficiente lamentarsi e condividere
con un circolo di amici. Finché si rimane in quello che già conosciamo,
non ci sarà né miglioramento, né progresso. Si rimane
fermi e mesti. Anche se ci si apre ad un incontro con uno sconosciuto, gli occhi
potrebbero rimanere impediti nel riconoscere. "Uno
di loro, di nome Cleopa, rispondendo, gli disse: "Sei tu l'unico forestiero
in Gerusalemme, che non conosca le cose che vi sono accadute in questi giorni?"
Ciò ci conduce ad un'altra intuizione sulle condizioni per maturarsi. Cleopa
credeva che lo sconosciuto al loro fianco fosse l'unico che non sapeva. In verità,
"chi sa" è soltanto il forestiero. Il processo di maturazione
richiede un certo abbandono della sicurezza. Finché è convinto d'esser
l'unico a sapere, e che l'altro, lo sconosciuto, il forestiero, non sappia, gli
occhi rimarranno chiusi ed il cuore non arderà dentro - e non si arriverà
alla maturità religiosa. Allora egli disse loro "O insensati e tardi
di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno detto!" Questo rivela
la necessità di tener conto della possibilità che io sia insensato,
che le mie convinzioni siano insensate, anziché quelle che io considero
insensate - come i discepoli di Emmaus considerarono insensate le donne del loro
gruppo. "E
cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le
Scritture ciò che si riferiva a lui." Qui stiamo vedendo il nesso
che esiste tra contemplazione vista come sollecitudine e la crescita spirituale.
Si fa necessario ascoltare la Parola di Dio, tener conto della sua stranezza e
novità. Difatti è questo che i discepoli di Emmaus stanno facendo.
Ascoltano attentamente uno che li aveva chiamati "insensati". Vanno
ancora oltre insistendo con lui: "Resta con noi perché si fa sera
e il giorno già volge al declino". In un certo senso era la curiosità,
l'attesa di un'intuizione più profonda, un ardente desiderio di capire
meglio le cose, che alla fine, insieme alla rivelazione amorosa del Signore, li
eleva al riconoscimento e all'essere discepoli maturi. A questo punto, la loro
itineranza cambia direzione: da fuga diventa incontro, con gli occhi aperti all'imprevisto.
L'ultimo
Capitolo Generale ha messo questo in termini concreti per la vita domenicana contempora-nea,
quando ha trattato del legame che esiste tra la Contemplazione e la formazione
(iniziale): Considerando il mondo che ha formato finora i nostri fratelli, tre
elementi possono essere considerati critici per appropriarsi uno spirito contemplativo
genuinamente domenicano: costanza, profondità e apertura. La costanza è
un rimedio per l'esperienza della transitorietà intellettuale, personale
o religiosa, che nella nostra vita si manifesta tanto nello studio durante tutta
la vita come nelle osservanze esteriori di preghiera, silenzio e vita comune gioiosa.
La profondità contrasta con il piacere, frequentemente superficiale, che
l'economia globale promette a molti e concede ai pochi, e genera una guarigione
necessaria del desiderio. Ciò può essere più evidente nella
crescita in preghiera e virtù, nell'amore allo studio, e in una compassionevole
conoscenza di se stesso. L'apertura è frutto di quest'epoca, antidoto alle
reazioni che gli sono contrarie. Come domenicani, non possiamo essere veramente
predicatori contemplativi, se non siamo aperti alle persone, alle loro esperienze,
alla nuova conoscenza, e alle nuove maniere per mezzo delle quali Dio ci sta invitando
a servire. Tuttavia, perché questi elementi siano presenti ed effettivi
per i nostri fratelli nella loro formazione iniziale bisogna impegnarsi in un
rinnovamento della nostra vita in ciascuna delle sue dimensioni (Messico 27.4)
e alla partecipazione nella vita comune anche con un certo costo per noi stessi
(Ratio Formationis Generalis 166). Così facendo, offriamo ai nostri fratelli,
in formazione iniziale, una manifestazione visibile della Sacra Predicazione alla
quale sono chiamati e per la quale li invitiamo ad impegnarsi per tutta la vita"
(21). Non
posso concludere quest'approccio spirituale all'Itineranza - Contemplazione -
Maturità senza almeno accennare ad un altro testo chiave. Lo troviamo alla
fine del vangelo di Giovanni: il dialogo commovente tra Gesù e Pietro.
Dopo la testimonianza di Pietro: "Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio
bene", e la risposta del Signore: "Pasci le mie pecorelle", il
Signore continua: "In verità, in verità ti dico, quando eri
più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando
sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti
porterà dove tu non vuoi" (22). Forse è questa la parte più
importante della nostra itineranza personale, la più profonda contemplazione
e il livello più alto della maturità, quando siamo disposti ad accettare
che non siamo più noi a decidere e determinare cosa facciamo, dove andare,
cosa lasciare e cosa mantenere - ma tendere le braccia affinché qualcun'altro
possa allacciarci la veste e portarci dove non vogliamo - e, ciò nonostante,
rimanere in piena fiducia che qualsiasi cosa ci succeda è per il nostro
bene, e sempre capaci di confessare: "Signore, tu sai tutto, tu sai che ti
voglio bene".
III - ITINERANZA NEL VIAGGIO FORMATIVO ED INTELLETTUALE
17.
Itineranza indica movimento, la capacità di avanzare con passione, con
spirito avventuroso. Ri-flettendo su quest'aspetto della nostra vita domenicana,
possiamo cercare di discernere i modi per i quali, a volte, questo movimento può
bloccarsi, in noi stessi, nelle nostre comunità, nelle province. L'ostruzione
del movimento interiore è, in ultima analisi, una forma di repressione.
Può apparire a livello di emozioni, come una forma di nevrosi; a livello
mentale, ed è limitazione ideologica delle facoltà intellettuali;
e può apparire anche a livello di vita spirituale, quando la risposta a
Dio è paralizzata da freni interiori. È quest'ultima forma di repressione
che inibisce maggiormente l'itineranza che è propria al nostro carisma
domenicano.
LA LIBERAZIONE DELL'ITINERANZA EMOZIONALE.
18.
In una repressione nevrotica, il dinamismo delle emozioni è bloccato da
altre emozioni, dalla paura, o da un sentimento di obbligo. Questo conduce all'auto-concentrazione,
ad un'incapacità di auto-critica, e ad una serietà che non lascia
spazio allo humour. La repressione emozionale è un pro-blema della gioventù,
per la quale il timore di sé stessi, della novità, della propria
sessualità, di quel-lo che diranno o faranno gli altri, o un alterato senso
del dovere si possono trasformare in regola suprema. Essa rende la coscienza incapace
di ragionare per sé stessa. Questo può condurre alcuni/e giovani
a cercare sicurezza in una vita religiosa protetta. Nella loro fragilità
emozionale, possono cercare regole di vita chiare e semplici che dispensano dal
rischio e l'avventura. Più che essere mossi da una missione affascinante
di predicazione, che è di stendere la mano ai Cumani dei nostri gior-ni,
si ostinano nel rimanere bloccati dalle proprie paure, dalla propria disapprovazione
istintiva di tutto quello che comporta novità. Una vita comunitaria sana
aiuterebbe a liberarsi di questi timori, a muoversi, e lasciarsi muovere da altri,
a ridere dei suoi propri errori con libertà interiore. Beati coloro che
sanno ridere di se stessi, perché si divertiranno per tutta la vita!
LA LIBERAZIONE DELL'ITINERANZA INTELLETTUALE
19.
Nella repressione intellettuale si proibisce alla mente di avanzare vero la verità
in tutta la sua ricchezza e diversità contestuale. Una mente che si astiene
dallo sforzo di cercare la verità, o che preferisce le mezze-verità
(che hanno una forte attrazione a causa della loro semplicità), è
bloccata in una triste paralisi intellettuale o è agitata costantemente
da forze esteriori passeggere. 20.
L'itineranza non dovrebbe significare la dispersione della mente. Questo è
un pericolo intellettuale: l'avere un'attitudine da supermercato, sforzo di conoscere
tutto, interessarsi di tutto, accettando tutte le tendenze sociali senza mai criticamente
vedere qual'è la relazione che esiste tra loro. La prima fase della formazione
intellettuale è un momento nel quale la mente dev'essere alimentata. Abbiamo
bisogno di tempo per lo studio, tempo per organizzare tutto in un'atmosfera contemplativa.
Abbiamo bisogno di fare domande più profonde, per vedere il nexus mysteriorum,
le fondamenta metafisiche della verità. Gesù
disse: "Guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!"
(Mc 8, 15) I Farisei pensavano d'avere tutte le risposte, la loro mente era bloccata
nell'avanzare oltre le loro convinzioni rigide. Erode non aveva nessuna risposta,
nessun preconcetto, nessuna ideologia. Cercava il trattenimento, il divertimento.
Nel mondo postmoderno, le grandi ideologie sono scomparse, e il mondo cerca solo
il divertimento, guadagnare denaro e spenderlo, creare e godere bisogni superficiali.
Perciò, la tentazione d'oggi è di rimanere nella superficialità.
Una persona giovane che entra nell'Ordine può essere tentata di conoscere
tutto, essere interessata a tutto, avere un'abbondanza d'informazioni su temi
diversi, dalla TV, dal notiziario, dai viaggi; ma gli mancherebbe la capacità
per una visione più profonda. "Si è costretti a costatare la
frammentarietà di proposte che elevano l'effimero al rango di valore, illudendo
sulla possibilità di raggiungere il vero senso dell'esistenza" (Giovanni
Paolo II, Fides et ratio, 6). La prima tappa della formazione intellettuale deve
aiutare il giovane ad acquistare convinzioni, ad essere libero dalla schiavitù
della moda passeggera. La nostra tradizione domenicana è costruita sulla
convinzione che la ragione possieda un'inerente attrazione alla verità,
che possa per-cepire ed abbracciare il vero bene, non perché forzata da
pressione di gruppo, ma perché è vera. La capacità di discernere
la verità, tuttavia, va sviluppata. Che
tipo di filosofia trasmettiamo ai nostri giovani? Una conoscenza d'idee disparate,
contrastanti che aiutano a conoscere le varie linee del pensiero contemporaneo?
O una filosofia che integra la mente, dandole fiducia di poter conoscere la verità,
permettendole di interpretare criticamente quanto si osserva nella cultura contemporanea?
Alcuni hanno bisogno d'aiuto per formulare una sintesi intellettuale prima di
volgersi verso nuovi campi del pensiero. Altri, mentre acquistano conoscenze disparate,
già hanno convinzioni interiori ben formate. Un'eccessiva
itineranza intellettuale nella fase iniziale della formazione intellettuale può
essere disastrosa. Alcuni si muovono da un estremo all'altro nel loro viaggio
intellettuale. Cominciano liberali e finiscono ultra-conservatori. Potranno cercare
risposte alle loro domande nel Buddismo, nella psicoanalisi, o nelle scienze politiche
- senza trovare il tempo per immergersi nella Parola di Dio e nella tradizione
Cattolica. La formazione intellettuale iniziale dovrebbe condurre a scoprire un
Maestro, un autore approvato dalla Chiesa. Ciò aiuterà lo studente
a formulare una sintesi teologica. Costui può essere un Padre o un Dottore
della Chiesa, un teologo rinomato, potrebbe ben essere San Tommaso d'Aquino. Se
la giovane suora o il giovane frate trascorre molti anni leggendo l'autore scelto,
studiando la sua teologia, costruendo il suo ministero e predicando sulle opere
del Maestro, questo gli darà un solido punto di riferimento. Il predicatore
saprà che cosa sta dicendo. Se non si costruisce una sintesi, si può
arrivare ad uno stato di perpetua itineranza, ma senza nessuna convinzione. 21.
La necessità di un'igiene intellettuale tuttavia, non dovrebbe condurre
alla paura di fare domande. La tradizione tomistica formula il "videtur quod".
La nostra sintesi intellettuale si costruisce sul-la convinzione che la mente
può afferrare il vero bene. La convinzione che la verità è
accessibile, ci dà la possibilità di affrontare ogni tipo di questione
senza paura, sapendo che la verità proveniente da qualsiasi fonte, alla
fine, viene dallo Spirito Santo. La mente formata, capace di un discernimento
critico non teme le nuove idee. Può sviluppare una curiosità ulteriore,
può comparare il suo metodo con altri, può acquistare nuove informazioni,
espandersi su altri interessi, perché ha una base solida. L'itineranza
è possibile quando si ha una casa dove ritornare. Non è un invito
al nichilismo intellettuale. Una
mente formata nella ricerca della verità, e nell'afferrarla, sarà
libera dalla stagnazione intellettuale. La ricerca della verità dovrebbe
impedirci di rimanere prigionieri di una struttura mentale, una visione della
Chiesa, o della società, nella quale non c'è nessun'autoanalisi
critica. Ci domandiamo dove lo Spirito ci conduce, lo lasciamo fare? La mente
ha fame della verità; ma può essere fatta schiava. Questo è
il pericolo delle ideologie: fermarsi alla mezza-verità e non lasciarsi
condurre alla sua pienezza. Non esistono soltanto le grandi ideologie che hanno
imposto varie forme di totalitarismo. Vi sono anche piccole ideologie che bloccano
comunità e province. Un certo stile di vita, alcune opinioni sulla Chiesa,
sulle necessità di una provincia o congregazione religiosa, si trasformano
facilmente in una tradizione irremovibile. Ciò funziona come un dispositivo
contraccettivo che blocca la nascita di nuovi concetti; non genera vita. Alla
forma di governo democratico domenicano piace molto la novità vivace delle
idee, che dovrebbero trovare espressione nei capitoli, nei raduni comunitari,
nelle sessioni di formazione. Non tutte le soluzioni proposte saranno adatte,
ma un clima comunitario sano permetterà che siano espresse e discusse.
Se si costringe la discussione nella terribile clandestinità, le piccole
ideologie rinchiuderanno la comunità nella stagnazione. Si
deve intraprendere la ricerca della verità attraverso la vita della comunità,
nella attività filosofica, nello studio della teologia, e nel pellegrinaggio
della fede. Uno dei drammi nella scena intellettuale contemporanea è l'abbandono
della ricerca della verità. C'è una "radicale sfiducia nella
ragione come rivelano i più recenti sviluppi di molti studi filosofici.
Da più parti si è sentito parlare, a questo riguardo, di "fine
della metafisica"
non posso non incoraggiare i filosofi, cristiani
o meno, ad avere fiducia nelle capacità della ragione umana e a non prefiggersi
mete troppo modeste nel loro filosofare." (Fides et ratio, 55-58) La fede
provoca la mente filosofica a andare oltre. "Il mistero dell'Incarnazione
resterà sempre il centro cui riferirsi per poter comprendere l'enigma dell'esistenza
umana, del mondo creato e di Dio stesso. In questo mistero le sfide per la filosofia
si fanno estreme, perché la ragione è chiamata a far sua una logica
che abbatte le barriere in cui essa stessa rischia di rinchiudersi." (Fides
et ratio, 80) 22.
La mente che si dilata in un'itineranza intellettuale, sarà portata ad
approfondirsi ancor di più nella verità. Questo è il significato
della fede e del dogma. Nella tradizione teologica classica la fede è un
dono di Dio che proietta la mente verso Dio. Le dichiarazioni dogmatiche sono
dono dello Spirito Santo che ci concede più luce, impedendo che la mente
cada in errori, focalizzandola sul mistero che è salvifico. Nel pensiero
moderno la fede e il dogma sono stati interpretati come una limitazione alla mente,
un'ostruzione alla curiosità imposta dall'autorità ecclesiastica.
Una itineranza spirituale coinvolgerà la proiezione della mente verso la
verità rivelata. "Come virtù teologale, la fede libera la ragione
dalla presunzione, tipica tentazione a cui i filosofi sono facilmente soggetti."
(Fides et Ratio, 76) Tuttavia,
l'adattarsi al mistero divino è doloroso per la mente, perché è
nella sua stessa natura che essa desideri la chiarezza, mentre la fede è
un incontro con il mistero. Nell'ambito della fede c'è spazio per la ricerca
della conoscenza (cogitatio fidei) (23), ma a volte è anche una "co-agitatio
fidei". A causa dell'inerente necessità di chiarezza la mente si turba
quando si adatta alla fede. Nello sviluppo della fede la mente incontra la croce.
L'esperienza della croce è sempre dolorosa ma, paradossalmente, è
vivificante. L'ostacolo più grande per la fede è l'orgoglio intellettuale:
l'incapacità o la subcosciente riluttanza di accettare il mistero. Non
dobbiamo scrutare la Parola di Dio con strumenti provenienti solo dalle scienze
umane, accettando queste scienze (storia, archeologia, linguistica, psicologia,
sociologia, filosofie) come l'ultimo criterio, perché questo distrugge
la fede. (L'Aquinate, interpretando San Paolo afferma che anche le buone filosofie
possono distruggere la fede, se queste filosofie offrono la parola finale!) (24).
Siamo chiamati a scrutare la nostra vita con l'ultimo dei criteri, che è
la fede. Questo è doloroso per l'orgoglio intellettuale, ma è soltanto
così che si può andare avanti. L'itineranza coraggiosa della mente
permette l'itineranza a livello spirituale.
LA LIBERAZIONE DELL'ITINERANZA SPIRITUALE
23.
Lungo il suo pellegrinaggio di fede la mente ha bisogno di essere liberata da
ogni attaccamento. Quando s'inventano nuovi progetti, nuove missioni, quando si
percepiscono sfide, quando si concepiscono nuove idee, facilmente ci si rimane
attaccati. Essere attaccati ai nostri concetti per un dato momento è cosa
buona, ma è molto facile attribuirsene il merito. Quando lo Spirito Santo
concepisce la vita nella Chiesa, lo fa senza egoismo, in un dono totale di se.
La concezione dello Spirito Santo è immacolata. L'importante è essere
altruisti in quello che si fa, con passione. Il motivo che ci muove verso il nostro
lavoro deve essere purificato. Oltre alle cattive abitudini o costumi, bisogna
purificare anche i buoni progetti per assicurarsi che quello che facciamo lo facciamo
per Dio. Senza questa purificazione, l'attaccamento alle nostre idee proprie c'impedisce
di crescere spiritualmente, e porterà a costruire imperi personali. L'essenziale
è la trasparenza per Dio che lavora dentro di noi. Nell'ispirazione intellettuale,
come in quella artistica, c'è la tentazione dell'egoismo. Nel momento in
cui un'idea ci viene in mente, immediatamente sentiamo la gioia di poterla usare
in un articolo, in un progetto artistico, in un'omilia - per la nostra gloria
personale. Lo spirito di dipendenza da Dio, nella itineranza, richiede una povertà
spirituale grande. Le cose buone che sorgeranno nella nostra mente, mani e bocca
appartengono a Dio e non sono nostre, anche se ad esse abbiamo dedicato la nostra
energia ed i nostri talenti. La
professione religiosa per la quale promettiamo a Dio il nostro futuro è
una conferma del valore dell'itineranza. L'accettazione dello sconosciuto, ricevuta
per fede, come una regola permanente di vita rafforza il nostro attaccamento a
Dio, e a Dio solo. Qui nasce la vera fecondità della vita e della missione.
In fondo, è la grazia di Dio che permette la nascita del bene per mezzo
del nostro servizio. Scopriremo
qual'era la nostra vera vocazione al momento della morte, quando guardando in
retrospettiva la nostra vita, vedremo in quali momenti abbiamo reagito meglio
alle chiamate dirette a noi. Una vera carriera la costruisce Dio quando in ogni
momento della nostra vita ci doniamo totalmente a Lui. Ogni passo, però,
ci coglie come di sorpresa, non come la realizzazione di un progetto personale
per il quale abbiamo lottato. Nelle prime fasi della vita abbiamo i nostri progetti
e sogni, ma Dio ci chiede di abbandonarli, uno ad uno, giacché i progetti
di Dio risultano essere poi totalmente differenti. Che cosa possiamo dire della
giovane postulante che nella prima metà del ventesimo secolo è entrata
in una congregazione domenicana a Mosca? Aveva sognato di viaggiare in ogni parte
per vedere il mondo, ma allo stesso tempo aveva riconosciuto che da lei Dio chiedeva
qualcosa di più. Abbandonando i suoi sogni, abbraccia la vita religiosa,
offrendo a Dio i suoi progetti di viaggi mai realizzati. La risposta di Dio, però,
fu ancor più ricca. Prima di terminare il suo noviziato fu arrestata e
inviata ai gulag della Siberia. Durante un lungo noviziato visitò innumerevoli
campi di prigione lungo il mare Artico e poi lungo la frontiera con la Cina. Il
suo desiderio iniziale di viaggiare si realizzò in una maniera diabolica,
ma allo stesso tempo divina. Passati sette anni, e soltanto allora, incontrò,
in prigione, un'altra suora della sua congregazione, nelle cui mani fece la professione.
Una vita sprecata forse,
ma forse no. In mezzo all'empietà e alla
disperazione, questa suora domenicana portò il messaggio del vangelo predicato
attraverso la sua testimonianza e la sua carità. 24.
Qual'è il motivo per il quale alcuni tra noi non vogliono muoversi, non
accettano di essere mandati in missione? In alcuni casi, può esistere un
individualismo eccessivo, un proposito di realizza-zione personale, la ricerca
del successo personale. Invece di rispondere a Dio che c'invia, si cerca una carriera
personale, come se potessimo programmare la nostra vita. Talvolta c'è un
attaccamento eccessivo al nostro primo amore, alla nostra prima assegnazione.
Abbiamo accettato di fare il lavoro richiesto da noi, e l'abbiamo fatto con la
corretta intenzione, come nostro dono a Dio. Passato il tempo ci siamo attaccati
al nostro lavoro, abbiamo accolto i nostri successi come totalmente nostri. Non
siamo riusciti ad accettare il fatto che Dio ha voluto il nostro servizio in questa
particolare missione soltanto per alcuni anni. Altri sarebbero stati chiamati
a continuarlo, mentre noi avremmo do-vuto avanzare per altre strade. Questo è
un momento difficile, uguale a quello in cui i genitori devono lasciar partire
loro figli adulti. I genitori anziani, che hanno concentrato la loro vita sui
figli possono temere per il loro proprio futuro. Cosa faranno più tardi
nella vita senza i loro figli? Ma questa è una tappa normale. È
il momento in cui si affronta una nuova sfida della vita. Nella
vita religiosa, noi non siamo proprietari del nostro apostolato, e neanche è
proprietà nostra la gente che serviamo. Bisogna accettare che, nel momento
in cui lasciamo queste persone nelle mani di chi ci succede, noi le lasciamo nelle
mani di Dio, e Dio ne prenderà cura. Ciò richiede speranza, accettazione
del mistero che si svolge lungo la nostra vita. Una speranza naturale ci fornisce
l'energia, lo stimolo necessario per intraprendere sfide difficili. (La parola
speranza in polacco è 'nadzieja', che vuol dire 'forza per l'azione'.)
La virtù teologale della speranza, focalizzata in Dio, permette alla nostra
volontà di accettare la via che Dio ha preparato per noi. Sia Sant'Agostino,
come San Giovanni della Croce, vincolano la speranza alla memoria, e ci dicono
che per crescere nella speranza bisogna purificare la memoria. Ricordare le cose
non è un male. Certamente, una buona memoria è un bene prezioso,
ma possiamo attaccarci alle nostre memorie, buone e cattive, e quest'attaccamento
deve essere purificato. L'attaccamento a memorie gratificanti può bloccare
la volontà di avanzare, di accettare le novità della vita. È
normale che un frate che lavora nella cappellania di un'università provi
la gioia di servire i giovani mentre maturano. Ma egli aiuta queste per-sone per
poi lasciarle andare, per permettere che vadano in altre città, per formare
la propria famiglia, per vivere la propria vita. E quando altri, più giovani
di lui lo sostituiscono, il ricordo delle gioie, dell'esperienza pastorale acquisita
lungo gli anni, deve essere posta da parte, per accettare un nuovo lavoro, una
nuova sfida. Così, anche la memoria di esperienze negative può impedire
l'itineranza. Ricordi di situazioni penose, di sofferenze, possono paralizzarci.
Chi ha sofferto in una comunità nella quale non è stato apprezzato,
non avrà desiderio di ritornarci, non sarà più disponibile
in un ambiente simile. Può essere che nel frattempo la comunità
sia cambiata, i suoi membri siano maturati, e abbiano abbandonato il loro comportamento
poco fraterno. Si riconosce alla comunità il diritto di sbagliare, e di
correggersi? Bisogna purificare anche le memorie dolorose affinché cresca
la speranza, di modo che si possa accettare con fiducia il mistero divino che
si svolge lungo la vita. La
purificazione della speranza ci aiuta a concentrare la nostra attenzione su Dio.
E quando Dio è realmente la nostra passione fondamentale, allora siamo
liberi per muoverci. L'itineranza domenicana ha bisogno di questa libertà.
Il frate, al quale si chiede di andare in un'altra comunità, così
come il provinciale, al quale si chiede di mandare un frate, possono fare questo
se accettano che Dio li guidi misteriosamente. Se non si aprono al mistero di
Dio, protesteranno quando sono loro proposte nuove missioni. Talvolta i provinciali
rimangono perplessi quando si chiede loro di offrire un frate che è stato
preparato per lavorare in provincia, o quando sta guadagnando denaro per la provincia.
Dove è l'apertura al mistero nella speranza? 25.
Non è cosa buona che molti incarichi siano legati ad uno stipendio. È
vero, le comunità preferi-scono avere frati e suore che ricevono regolarmente
un reddito. Alcuni ministeri della comunità come tale (e.g. il servizio
in un santuario) apportano denaro anch'essi, senza che il religioso sia collegato
ad un salario determinato. Un lavoro stipendiato può bloccare l'itineranza.
Può portare cioè ad una situazione per la quale un religioso trascorre
molti anni facendo lo stesso lavoro, vivendo sempre nello stesso edificio, e nella
stessa stanza. Le province che hanno troppi incarichi stipendiati finiscono in
stagnazione. Bisogna essere disposti a cambiare certi ministeri, perché
la società sta attraversando cambiamenti sociali profondi. I giovani cambiano
nel passare di pochi anni, ascoltano musiche differenti, guardano film diversi,
cambiano tipi di gomma da masticare. Il cappellano, o formatore di giovani, deve
adattarsi costantemente, preparare nuovi temi, nuove conferenze, per non perdere
un linguaggio in comune coi giovani. Se in una provincia, in una congregazione
religiosa, o in una fraternità laica c'è poco movimento, la routine
trasmetterà un'immagine stagnante della Chiesa. 26.
E riflettendo sulle difficoltà inerenti all'itineranza, non si possono
indicare soltanto quelli che incontrano una certa difficoltà in abbandonare
i loro attaccamenti. Qualche volta, un grave blocco psicologico contro l'itineranza
può derivare dalla mancanza d'appoggio da parte di coloro che inviano.
Quando una provincia apre una missione, questa stessa provincia deve essere responsabile
dei frati inviati all'estero. Normalmente, durante un lungo periodo la nuova missione
appartiene alla provincia come vicariato provinciale; poi con l'aumento del numero
di membri si trasforma in un vicariato regionale, poi generale, quindi vice-provincia
e finalmente diventa provincia. Durante questi anni, la provincia madre può
inviare i suoi membri nella nuova entità, dapprima in posti di maggiore
responsabilità, poi in quelli di cooperazione, e finalmente in dipendenza
dai frati autoctoni. Nel decorso di tutti questi anni la provincia madre deve
esercitare la sua responsabilità coi frati inviati alla missione distante.
Hanno bisogno di incoraggiamento, interesse, e a volte anche di aiuto finanziario.
Se il loro lavoro non è visto come missione, ma come rimozione, questo
male ripercuoterà scoraggiando altri frati dall'accettare la sfida. Coloro
che sono inviati devono sapere che sono inviati e non rimossi. L'itineranza richiede
responsabilità, sia da parte di chi è inviato, sia da parte di chi
invia. 27.
Quando andava da un luogo all'altro, camminando lungo le strade dell'Europa, San
Domenico cantava l'Ave Maris Stella. In quest'inno antico s'incontra la frase
"Iter para tutum!". San Domenico chiedeva alla Madonna la sua intercessione
affinché la sua strada fosse sicura, perché arrivasse al posto dove
voleva andare, e perché i progetti di Dio fossero al cuore delle sue iniziative.
IV - ITINERANZA E MISSIONE
28.
L'itineranza è una compagna necessaria alla missione. Questo legame ontologico
trova le sue radici nella nostra propria storia e, in un modo speciale, nella
vita di San Domenico. Egli scoprì la sua missione "per strada",
e inviò i suoi confratelli - anche i novizi - a vivere "per strada".
I recenti Capitoli dell'Ordine ci hanno ricordato questa storia e ci hanno chiamati
a "riprendere la strada". Il Capitolo di Quezon City nel 1977, è
stato forse il primo a dimostrare la consapevolezza che le priorità si
sono spostate, e ha visto come prima fra queste "la catechesi in varie culture
e luoghi". Conscio che questa situazione nuova e differente richiamava un
nuovo approccio, il capitolo dichiarò, come seconda priorità, "l'addestramento
e la preparazione necessaria per predicare in questo mondo nuovo". I
Capitoli successivi hanno lavorato proprio sul significato e sulle esigenze di
queste nuove priorità. Walberberg, nel 1980, ha trattato "l'adattamento
delle nostre attività apostoliche secondo le necessità odierne,"
ed ha offerto alcune "note specifiche" che la missione e la predicazione
domenicane devono avere: "profetiche, fatte credibili dalla povertà,
compassionevoli, e fondate su uno studio profondo e scientifico della teologia"
(25). Avila, nel 1986, nel paese stesso di San Domenico, incomparabile "'uomo
della frontiera", affermò come "missione specifica" dell'Ordine,
"l'evangelizzazione alle frontiere", ed ha indicato le frontiere sulle
quali dobbiamo stare e vivere la nostra missione (26). Oakland, nel 1989, ha sfidato
l'Ordine: "Ascoltiamo il richiamo che ci viene dal mondo di oggi?" Oppure,
al contrario, abbiamo bisogno di una profonda conversione da "agii e sicurezze
[che] producono una mentalità contraria a ogni cambiamento"? Dobbiamo
riprendere "lo spirito di itineranza e mobilità proprio di Domenico
e scoprire di nuovo quella povertà che ci libera per lo Spirito
e che ci apre al grido di quelli che stanno nella miseria (27). Il
Capitolo di Mexico City (1992) elenca le reali situazioni e le sfide alla vita
apostolica nell'Ordine, e dichiara con audacia: "La nostra volontà
[di affrontare queste sfide] nasce dalla fiducia che in qualche parte nel cuore
domenicano si trovano i requisiti necessari per attendere a questa chiamata urgente.
I semi della nostra tradizione sono pronti a fiorire soltanto se ci sono cuori
coraggiosi e ge-nerosi per accoglierli." Il capitolo, inoltre, cita alcune
"forze provenienti dalla nostra tradizione", implicando ciascuna di
esse una certa itineranza corporale o mentale: mobilità, prontezza per
muoversi senza un ingombrante bagaglio materiale, culturale o intellettuale; rispetto
e preoccupazione per gli altri, prontezza per venire incontro alle persone là
dove si trovano; apertura, prontezza per ascoltare ed imparare; e comunità,
dato che noi non lavoriamo mai soli (28). Caleruega (1995) ci ha chiamati ad essere
'fedeli all'itineranza' (29). Gli
ultimi due Capitoli mettono a fuoco la natura dell'itineranza come un "andare
oltre". La missione dell'Ordine, dice Bologna (1998), "richiama l'Ordine
ad andare coraggiosamente oltre quelle frontiere che separano i poveri dai ricchi,
le donne dagli uomini, [e fra] diverse comunità di fede Cristiana ed altre
religioni" (30). Il Capitolo colloca la missione sulle "linee di rottura"
dell'umanità e vede l'Ordine che si sposta "al servizio dell'Altro"
pronto ad ascoltare, e ad essere trasformato. Nella
sua Relatio de Statu Ordinis al Capitolo di Providence, il Maestro dell'Ordine
ha parlato di "un futuro che abbiamo scelto
come parte di un'itineranza
di cuore e di mente e di missione" (31) ed il Capitolo invoca la preoccupazione
di tutti, in ogni provincia per una missione per un vicariato: "La provincia
deve promuovere uno spirito di itineranza per assicurarsi che ci sono frati facilmente
disponibili per un tale servizio" (32). La riflessione che segue vuole aiutare
nel promuovere proprio un tale spirito d'itineranza "di cuore, mente, missione".
RIPRENDERE LA STRADA
29.
Secondo la testimonianza biblica, cose sorprendenti succedono sempre durante un
viaggio. Abramo esce correndo dalla sua tenda per accogliere persone sconosciute,
che gli promettono un futu-ro diverso da quello che lui e Sara avevano immaginato
(Gen 18. 1-15). Mosè, in fuga, fa l'esperienza di Dio davanti a un roveto
che arde e scopre sia un popolo, sia una missione. Dio gli di-ce, "Ora va!
Io ti mando
" e promette: "Io sarò con te" - sempre
che il viaggio continui
(Esodo 3. 1-21). Giacobbe, "lungo la sua strada"
lotta con l'angelo nel guado dello Iabbok: una storia di conversione e vulnerabilità.
Giacobbe, come molti fra noi, ha caratteristiche molto sgradevoli. È un
'imbroglione', teme quelli cui ha fatto del male. Suo suocero lo persegue, di
dietro e di fronte, Esaù lo aspetta. Poi la lotta, dalla quale Giacobbe
esce perdonato e convertito, con un nome nuovo, una nuova missione - e zoppicante.
È
mentre era "per strada" che Gesù chiamò i suoi discepoli,
e "per strada" che li ammaestra. (Il film di Pasolini sul Vangelo di
San Matteo ha un'immagine indimenticabile del Sermone sulla Montagna: Gesù
corre sulle colline, coi discepoli che cercano di accompagnarlo per ascoltare
le sue parole mentre Gesù volta il capo verso di loro per insegnar loro
"per strada".) Nel Vangelo di Marco (8.1- 10) Gesù dà
da mangiare a quattromila "per strada', quasi fosse un "fast food".
Ed è "per strada" che Gesù ha imparato da quelli che incontrava,
come le donne pagane (Mt 15.21-28), che loda, e perfino offre come modello di
fede ai suoi stessi discepoli. Infine, è sulla strada di Emmaus che si
rivela ai discepoli scoraggiati (Lc 24.13-35). La
missione che affida ai suoi discepoli è proprio questa: un invio, un "mettersi
sulla strada", senza borsa, né bisaccia, né sandali. Dice loro,
"Non fermatevi nelle case di quelli che conoscete" (Lc 10.4). Ci sono
molte cose interessanti a questo proposito: Gesù li invita ad una vita
d'itineranza, ad una vita di urgenza ("continuate a muovervi") e ad
una vita di dipendenza dalla bontà degli altri, stranieri, loro 'sconosciuti'.
ACCOGLIERE IN SÉ STESSI
30.
Essere itinerante significa farsi vulnerabili e dipendenti. Ma l'itineranza è
l'unica risposta pro-pria ad un domenicano in un mondo che produce i senza tetto,
i sofferenti, e gli sconosciuti. Come i nostri capitoli generali ci ricordano
ripetutamente, riprendere la strada significa vivere sulle 'linee di rottura'
dell'umanità, condividere la sorte di quelli che sono stati resi itineranti.
Significa condividere la loro sorte di esseri senza tetto, nella misura in cui
prendiamo posizione contraria alle opinioni dominanti. Walter
Brueggemann, scrittore, parla di "monopolio dell'immaginazione", un'espressione
che suggerisce che "un corpo o una forza nella società ha sia la sola
voce nel determinare come si deve fare l'esperienza delle cose, sia anche il diritto
e la legittimità per fornire le apposite lenti per mezzo delle quali si
deve vedere e sperimentare la vita correttamente. A nessuno è permesso
avere un'altra immagine al di fuori di queste immaginazioni o immagini approvate'
(33). Prendere posizione contro tali monopoli, così potenti, è uguale
a allinearsi con la visione evangelica che Domenico fece propria. (Uno scrittore
crede che Domenico abbia mandato i suoi confratelli nelle città, per le
università, ma perché era proprio nelle città che si trovavano,
prive di diritti, le nuove vittime dell'emergente società mercantile: i
domenicani dovevano essere loro 'fratelli' (frati).Prendere una simile posizione
significa renderci noi pure vulnerabili ed emarginati. Ma è soltanto lì
che la nostra predicazione si fa credibile. In
questo nostro contesto, è interessante rendersi conto che la parola greca
usata nel Nuovo Testamento per significare accoglienza (lambano: 'prendere, ricevere,
possedere') nulla ha da vedere col mettere a parte quelli la cui condotta non
è in armonia con la nostra. Il verbo indica invece che dobbiamo "prenderli
con noi", "introdurli calorosamente nella nostra compagnia" (34).
È una parola che San Paolo usa frequentemente nella sua visione di persone
sconosciute che cercano una comunità, visione questa radicata nell'esperienza
di ciò che Dio fece in Gesù: "In Cristo, Dio riconciliava a
sé il mondo
affidando a noi il compito della riconciliazione"
(2 Cor 5.19). Ecco perché supplica i Romani di "praticare l'ospitalità"
(12.13). Ma per creare amici, o per accogliere gli altri, questi altri devono
essere visti, "come noi", nei bisogni, nelle esperienze, nelle loro
speranze. "Non era sufficiente" scrive Christine D. Pohl, "che
gli sconosciuti fossero vulnerabili: gli anfitrioni dovevano i-dentificarsi con
le loro esperienze di vulnerabilità e sofferenze prima di accoglierli"
(35). Forse
il non essere "al proprio posto", essere in itineranza, in verità,
significa essere capace di stare al posto di un altro. Può ben essere anche
che il testo più fondamentale per la missione, non sia uno di quei tradizionali
brani, come "andate e battezzate", ma, piuttosto, un brano quale leggiamo
nella 2 Cor 1.3-7, che definisce missione come paraklesis, consolazione e conforto.
Paolo scrive, "Benedetto sia
il Padre misericordioso e Dio di ogni
consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo
anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con
la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio
" Interessante
in questo brano è l'appello ad un'esperienza reciproca. Anche quello che
soffriamo serve per la consolazione degli altri. Qual'altro motivo può
esserci, per la missione, se non quello di uscire, come Gesù, "stendere
la mano e toccare" (Cf. Mc 1.41), cercando i vulnerabili, per la strada,
in un rapporto che guarisce e consola? CORRERE
IL RISCHIO 31.
Claude Geffré ha scritto che "la sfida del pluralismo religioso c'invita
a ritornare al punto centrale del paradosso Cristiano come la religione dell'Incarnazione
e la religione della kenosis di Dio" (36). Per questo motivo si può
parlare del Cristianesimo come di "religione dell'altro." C'è
un che di avventuroso nel viaggio teologico sulle frontiere: ci sfida ad essere
veramente domenicani, "riprendendo la strada", rispondendo alle nuove
realtà là dove s'incontrano, divenendo 'utili' a quel prossimo che
definisce la nostra missione e che determina il luogo dove dobbiamo trovarci.
All'inizio
della Bibbia, è scritto che "chiunque volesse consultare il Signore
doveva recarsi alla tenda del convegno, fuori dell'accampamento" (Esodo 33.7).
È "fuori dell'accampamento", fra tutti quegli 'altri', relegati
fuori dell'accampamento, che c'incontriamo con Dio. L'itineranza richiede che
andiamo fuori dell'istituzione, fuori delle percezioni e credenze culturalmente
condizionate, perché è "fuori dell'accampamento" che incontriamo
un Dio che non può essere controllato. È "fuori dell'accampamento"
che incontriamo l'Altro che è differente, e che scopriamo chi siamo e cosa
dobbiamo fare. Nel
febbraio del 2001, un gruppo di domenicani, uomini e donne, quasi tutti viventi
in Asia, si sono radunati a Bangkok, "fuori dell'accampamento", e hanno
condiviso la loro esperienza di ascolto e di conoscenza. "Ci siamo resi conto",
hanno detto, "che la sfida principale per la nostra predicazione domenicana
all'inizio di questo nuovo millennio è il dialogo con quelli che provengono
da altre tradizioni religiose. È qui, in Asia, il luogo privilegiato per
l'incontro con culture differenti, religioni differenti, e popoli differenti,
che ci si sfida alla conversione: ad un nuovo modo di ascoltare, vedere, toccare,
imparare e comprendere. "Il
dialogo apre una porta su un mondo che non ci è famigliare, di cui non
conosciamo ancora i profili esatti - ma il cammino che si fa per andarci ci porterà
a casa, perché crediamo sia là che apparteniamo. "L'Ordine
nacque a causa dell'attenzione di Domenico ai bisogni della gente nel mondo in
cambia-mento del XIII secolo. Come Domenico - e come il monaco Buddista e il sanyyasi
Indù - noi siamo chiamati a ritornare sulla strada, per riprendere la nostra
eredità di mendicanti, per renderci conto che siamo tutti mendicanti di
fronte alla verità, che non vede l'ora di sorprenderci. "Chiediamo
la capacità di fidarci di quello Spirito che traccia, per noi, il nostro
cammino, perché noi, come Chiesa e come Ordine, ci siamo donati allo Spirito.
Lo Spirito, presente in ogni cultura e in ogni religione - molto prima dell'arrivo
della Cristianità -che fa possibile e necessario il dialogo. "Preghiamo
per avere la fiducia del nostro padre, Domenico che, anche senza poter prevedere
il risultato, sapeva che stava facendo la volontà di Dio" (37). Come
è significativo per noi Domenicani, cui è affidata la missione universale
della predicazione, ricordarsi che Gesù ha incominciato la sua missione
nella "Galilea delle Nazioni," Galilea degli stranieri, metà
Gentile quanto alla popolazione, metà pagana nel culto, una terra abitata
da un popo-lo considerato sospetto dall'istituzione in Gerusalemme: "Da Nazaret
può mai venire qualcosa di buono?' (Giov 1.46). E tuttavia, dopo la Risurrezione,
Gesù dice ai suoi discepoli, "Vi precedo in Galilea" (Mt 26.32).
Ancor più affascinante è il messaggio di Gesù alle donne:
"Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea; e là
mi vedranno" (Mt 28.10). È
fuori dell'accampamento, in tutti i galilei che ci circondano, che scopriremo
cos'è missione: esse-re in missione è vivere fuori dell'accampamento.
E con gli altri, scoprire chi è Dio veramente. Questa conoscenza avviene
ad un prezzo. L'idea di uscire dall'accampamento o dalla tenda per incontrare
Dio, s'incontra ancora una volta alla fine della Bibbia, nella Lettera agli Ebrei:
"Gesù per santificare il popolo con il proprio sangue, patì
fuori della porta della città. Usciamo dunque anche noi dall'accampamento
e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio" (13.12-13). Siamo stati
benedetti dall'esempio dei martiri domenicani in Algeria, Pakistan, e in molti
altri luoghi, che si sono messi sulle "linee della rottura, fuori dell'accampamento."
Essi hanno "portato il suo obbrobrio"; essi ci "santificano"
con il loro sangue. Siamo chiamati come loro ad "andare verso di lui, fuori
dell'accampamento" e sopportare quello che Gesù ha sopportato. Anche
i parenti pensarono che Gesù fosse "fuori di sé" (Mc 3.21),
così distante dalle norme, così eccentrico nel suo comportamento.
Se noi Domenicani dobbiamo adottare la vita apostolica nel mondo di oggi, forse
dobbiamo essere un po' più anormali, un po' più eccentrici, sbilanciati
e "fuori centro". Che cosa stiamo facendo ora, che possa far credere
agli altri che siamo "fuori di noi"? Il rapporto della Commissione de
Missione Ordinis ha chiesto: "Se vivessimo quel che predichiamo, se la nostra
vita fosse un vero servizio del Vangelo, che ci butta sulla strada al di là
delle frontiere, allora saremo visti come dei "fuori di sé",
e un pizzico di pazzia-evangelica abiterebbe, con gioia, in noi' (38).
V - LA PROFESSIONE DOMENICANA, PROFESSIO IN MANIBUS
32.
Un breve riferimento storico; fonti bibliche per riconoscere la propria vocazione;
echi delle nostre radici contemplative; lo studio e la formazione come un cammino
da percorrere; la chiamata alla missione camminando incontro a quanti hanno fame
e sete del Vangelo, anche senza saperlo
Non
poteva mancare un riferimento canonico, in questa riflessione comunitaria, fatta
"Lettera all'Ordine"! Attualmente,
circondati da incertezze, sembra che cresca in noi il desiderio di conoscere "quel
che succederà", quello che "ci aspetta", "quanti e
quali passi dobbiamo fare per arrivare ad un obiettivo", "quali tappe
bisogna pianificare per ottenere un risultato", "quanti sono i gradini
nella scala fi-no alla nostra piena realizzazione". Queste sono cose non
aliene alla nostra vita domenicana. Vogliamo, ed esigiamo dagli altri, chiarezza,
sicurezza e stabilità! (specialmente da parte dei superio-ri!). 33.
Tuttavia siamo stati chiamati ad essere predicatori, cioè ad essere profeti.
Essere profeta non vuol dire conoscere o indovinare il futuro, averlo chiaro,
offrire sicurezza. Dio chiamò i profeti a leggere la storia alla luce della
sua Parola; a leggere la Parola tastando il polso degli avvenimenti. I profeti
non sono chiamati a leggere il futuro come gli esperti di "chiromanzia".
Le
mani, è vero, proiettano quello che sta nel cuore. Ogni gesto delle nostre
mani manifesta quello che si riscontra nel nostro interiore. (Non bisogna essere
italiani o argentini per costatare questo!). La
dolcezza di una carezza, la durezza di un gesto aggressivo, la vita nelle mani
del seminatore, la morte nelle mani assassine
34.
All'inizio della nostra vita domenicana, dopo il tempo del noviziato, tutti noi
abbiamo fatto un gesto con le nostre mani, un gesto molto eloquente: abbiamo posto
le nostre mani nelle mani di chi ha ricevuto la nostra professione. La
lettura di un articolo di Antoninus M. Thomas OP, nei miei tempi di studente di
Diritto Canonico, continua ad ispirarmi mentre scrivo queste cose. Questo grande
storiografo del diritto dell'Ordine c'insegna che i domenicani hanno accolto questo
gesto centrale del rituale della professione da quello a suo tempo utilizzato
dai "conversi" cistercensi (39). I
fratelli conversi di Cîteaux facevano la loro professione nella sala capitolare
e nelle mani dell'Abate. Gli altri monaci professavano nella chiesa abbaziale
per mezzo di un documento scritto depositato sull'altare come segno d'offerta
e di stabilità monastica, (al tempo di San Domenico, questo era anche il
rituale dei canonici regolari, tra i quali i Premonstratensi). I monaci e i canonici
regolari, infatti, erano legati specialmente al loro monastero e alla chiesa del
monastero. I
frati domenicani facevano la loro professione - come i conversi cistercensi -
nella sala capitolare, per mezzo dell'offerta nelle mani. Se la oblatio super
altare simbolizzava nei monaci e canonici il vincolo con l'abbazia e la chiesa
canonicale, la professio in manibus, come elemento centrale della professione
domenicana, lascia aperto all'apostolato il cammino dei predicatori. 35.
Noi tutti abbiamo fatto professione per mezzo dell'offerta delle nostre mani e,
allo stesso tempo, attraverso l'offerta delle mani di chi, sostenendo le nostre,
ha ricevuto la nostra professione. È uno scambio mutuo di volontà.
Le mani aperte alla grazia di Dio, aperte alla misericordia dei fratelli e delle
sorelle coi quali noi compromettiamo il nostro futuro, anche senza conoscerlo!
È
un vero segno di mutua fiducia. Il nostro futuro nelle mani dei fratelli. Il futuro
dei nostri fratelli nelle nostre mani. Ecco qui tutta la stabilità domenicana!
Sostenuta soltanto dalla stabilità della nostra professione di obbedienza!
Nella
nostra professione non abbiamo compromesso le nostre vite in un futuro legato
ad una determinata "Abbazia" o "Chiesa canonicale". Ma, talvolta
sembra che abbiamo fatto professione di stabilità ad un determinato convento
o casa; a certi uffici o responsabilità, o a non assumere nessuna responsabilità;
al paese o regione da dove veniamo o dove siamo nati; a determinati luoghi dove
ci "sentiamo" bene, in buona compagnia, tra amici
36.
Non mi è ignoto il fatto che l'itineranza domenicana acquista contenuti
e caratteristiche diversi in alcuni rami dell'Ordine (penso soprattutto alle monache
contemplative ed ai laici). È proprio per questo che noi non abbiamo voluto
limitare il significato dell'itineranza nel preparare il bagaglio per andare altrove!
Benché, a pensarlo bene, ed è bello costatarlo, anche le nostre
monache contemplative e i laici c'insegnano quello che è l'itineranza domenicana.
È
vero! Molte monache, con gran generosità, hanno voluto "partire"
per fare nuove fondazioni; altre lo hanno fatto per aiutare altri monasteri in
necessità. Alcune comunità contemplative - riconoscendo la loro
povertà di mezzi, il numero ridotto di suore e la scarsità di vocazioni
- hanno deciso di unirsi ad altri monasteri per la vocazione alla quale il Signore
le ha chiamate per "vivere in casa unanimi avendo una sola anima e un solo
cuore", ma lontano da quel particolare e concreto monastero nel quale erano
una volta entrate. Sono
numerosi anche i laici che si offrono come volontari per annunziare il Vangelo
in regioni remote, collaborando con la missione apostolica di comunità
domenicane.
37. È triste che - davanti ad ogni assegnazione o cambio d'ufficio o responsabilità
comunitaria - noi facciamo obiezioni ai motivi di colui che c'invita a "partire"
perché li vediamo soltanto sotto due categorie riduttrici: "quella
della promozione dopo un cursus honorum immaginato o meritato", o "quella
del castigo - punizione". Questo si adegua, chissà, ad altri mondi,
mondi ai quali noi ab-biamo rinunciato! Come quello imprenditoriale, quello della
competitività, quello della carriera politica o accademica. Nella vita
domenicana, è proprio questo che distrugge la fiducia, rompe la docilità,
ferisce l'itineranza, uccide infinite possibilità. In
molte occasioni prima di un cambiamento, di un'assegnazione, prima di accettare
o lasciare un ufficio o una responsabilità, ecc. ci giungono - quasi come
"atto riflesso" - frasi come: "in coscien-za non lo posso accettare".
Ci dimentichiamo facilmente della celebre distinzione tra "coscienza psicologica"
e "coscienza morale"! Confondiamo le nostre emozioni, i nostri sentimenti,
la nostra coscienza con il giudizio della ragione pratica, che la nostra professione
"nelle mani" ha elevato soprannaturalmente al livello di un atto di
fede in Dio e nei fratelli. 38.
Da questo gesto così antico ed eloquente della nostra professione domenicana
(40), abbiamo incominciato a esperimentare, nella nostra vita, il mistero della
Pasqua di Gesù, l'ars moriendi et nascendi; morire per vivere. È
per questo motivo che abbiamo posto la nostra vita e il nostro futuro nelle mani
altrui. Nella
basilica di Santa Sabina, nostra chiesa conventuale a Roma, c'è un monumento
funebre con un'iscrizione suggestiva che vuol sintetizzare la vita del personaggio
in questione (41): UT MORIENS VIVERET - VIXIT UT MORITURUS (Per vivere
dopo la morte - visse come uno che è destinato a morire) Gesù
disse: "Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se
invece muore, produce molto frutto." (Giov 12, 24). Dopo la risurrezione,
quando Tommaso voleva "vedere per credere", usando mani e dita per "misurare
e comprovare" quello che i suoi fratelli gli avevano annunziato, Gesù
stesso lo invitava: "guarda le mie mani
". Dopo la Risurrezione,
le mani ferite di Gesù con-tinuano ad essere il segno di un futuro carico
di speranza e di vita.
VI - A MODO DI CONCLUSIONE
39.
La mattina del 21 maggio del 1992, fra Damian Byrne mi chiese di accompagnarlo
al Palazzo San Callisto in Trastevere. Alcuni giorni prima di lasciare Santa Sabina
in cammino per il Capitolo Generale del Messico, questo grande missionario domenicano,
itinerante e povero, voleva accomiatarsi dal Cardinale Eduardo Pironio (42). Andando
a piedi verso quest'appuntamento, fra Damian mi fece un commento: "non ho
mai ascoltato cose così belle su San Domenico e l'Ordine come quelle che
il Cardinale disse al Capitolo Generale del 1983" (43). Volevo
conoscere queste parole, così domenicane, dirette al Capitolo di Roma.
Nell'Archivio Generale non c'era nessun documento scritto. Solo una cassetta con
la registrazione. Confesso che provai una grande emozione quando ascoltai la voce
di ambedue: fra Damian Byrne ed il Cardinale Pironio!(44). Siamo
mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della
posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro.
Faccio una timida parafrasi delle pa-role di chi ci ha preceduto nel cammino della
fede, per annunciarle ad altri. 40.
Quando il Signore affida una missione invariabilmente ripete sempre queste tre
frasi: "Ecco, io ti mando
" È l'invio, la missione, che
viene certamente da Dio. Questa volontà si esprime attra-verso quella dei
fratelli o delle sorelle, ma la missione viene da Dio: "Ecco, io ti mando
" Questo ci dà molto coraggio e allo stesso tempo una grande
serenità. La
seconda frase è "Non abbiate paura
" Questo è molto
importante per un predicatore. Che possa essere veramente povero; perché
ci sentiamo insicuri di noi stessi, ma fiduciosi in Dio e nei fratelli. Da questa
povertà il predicatore acquista una forza speciale che lo rende proprio
un profeta di speranza. Il predicatore è uno che, perché povero
e basato esclusivamente in Dio, non ha paura, e non permette che gli altri abbiano
paura, perché siamo testimoni della Risurrezione! La
terza frase è "Io vado con te
" Il Signore ci accompagna
sempre, "Io vado con te, faccio il cammino con te". Lui ci anima e c'incoraggia
a comprometterci profondamente con la missione affidataci da Lui stesso, come
predicatori del vangelo in questo momento provvidenziale della Chiesa e della
storia. Il
mondo, in modo particolare, aspetta una comunicazione del Verbo di Dio, della
Parola di Dio. Santa Caterina - parlando di San Domenico - affermava che "aveva
ricevuto l'officio del Verbo" . Ogni domenicano, ogni domenicana, è
chiamato per professione a questa missione. Per questo dovrà lasciarsi
possedere pienamente dalla parola di Dio al fine di comunicare questa parola fatta
carne, fatta storia, fatta gesto concreto. Siamo stati chiamati a comunicare la
Buona Novella a tutte le nazioni unendo la verità all'amore, restando fedeli
alla verità ed all'amore. Alla verità, perché è quello
che è specifico ai domenicani; all'amore, perché amiamo questa verità
come si ama una persona. In quest'amore s'appoggia la nostra vita domenicana la
quale beve alle fonti della Regola di Sant'Agostino. Ad essa s'ispira San Domenico
di Guzman perché ha voluto mandare, oltre i limiti del conosciuto, apostoli
contemplativi come Gesù inviò i suoi Apostoli, e in una linea fortemente
evangelica. 41.
Gesù invitò Pietro a navigare in pieno mare e a calare le reti.
Simone - conoscitore di mari, barche, reti e pesca per lunga esperienza - rispose
che aveva lavorato tutta la notte senza prendere nulla. Sostenuto, però,
dalla parola di Gesù gettò le reti e la pesca fu grande! (Cf. Lc.
5, 4-6). Mi faccio semplicemente eco del Vangelo di Gesù Cristo e dell'invito
che il Papa Giovanni Paolo II ci fece alla conclusione del Giubileo del 2000:
"Duc in altum! Andiamo avanti con speranza!
Il nostro passo, all'inizio
di questo nuovo secolo, deve farsi più spedito nel ripercorrere le strade
del mondo
" (46). Il
15 agosto del 1217 - chiamato la "Pentecoste Domenicana" - invocando
lo Spirito Santo e riuniti i frati, fra Domenico li informò che aveva deciso
nell'intimo del suo cuore di inviarli tutti per il mondo, anche se erano pochi.
Alcuni obiettarono alla sua decisione, ma rispose senza incertezze: "Non
contradditemi, so bene io quel che faccio" (47). In questo modo dissipò
il loro timore. I frati, confortati dalla sua parola, ubbidirono di buon animo,
fiduciosi che tutto sarebbe andato per il meglio (48). Dicevo
che queste pagine - troppe? chissà? lo riconosco - sono frutto di una riflessione
comunitaria. Invito a tutti a meditarle, personalmente e anche in comunità,
e pregare con me: "Dio dell'amore e della fedeltà, che ci hai
mandato la tua Parola perché fosse il nostro cammino; fa che seguendo questa
strada sulle orme di San Domenico, camminiamo con gioia e pensiamo al nostro Salvatore.
Amen" (49). Santa
Sabina, 24 maggio 2003, memoria della Traslazione del nostro Padre San Domenico.
fra
Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP Maestro dell'Ordine Prot.: 50/03/661
Note:
1 A proposito, si
sta lavorando nella preparazione di un'edizione coi messaggi più espressivi
che fra Aniceto Fernández, fra Vincent De Couesnongle, fra Damian Byrne
e fra Timothy Radcliffe hanno indirizzato all'Ordine. Speriamo con an-sietà
che sia pubblicata in breve, in varie lingue, con il titolo "Laudare - Benedicere
- Prædicare - Messaggi all'Ordine (1961-2001)". 2
Libellus Iordani de Saxonia n. 14 - Ed. A. Walz OP in MOPH XVI (Romæ 1935)
33-34. 3
M.-H. Vicaire, Histoire de saint Dominique, Vol. I (Paris 1982) 126.
4 Cf. Libellus n.
15. 5 Libellus n. 16. 6 Giobbe 42, 5. 7 Cf. Acta Canonizationis S.
Dominici - Ed. A. Walz OP in MOPH XVI (Romæ 1935) 161. 8
Luca 10,38 - 42. 9Cf Umberto de Romanis, che contestava quelle persone la
cui sola passione è la contemplazione e rifiutano di essere utili agli
altri con la predicazione - fonte: Conferenza di fra Paul Murray sulla dimensione
contemplativa della vita do-menicana, Assemblea Generale nel Capitolo Generale
di Providence 2001. 10 Cf Luca 11:27-28. 11 Cf per esempio: Matteo 12,50;
21,31; Mc 3,35; Luca 12,47; Giovanni 7,17; 9,31; Efesini 6,6; Ebrei 10,36; 13,21;
1 Giovanni 2,17. 12 Cf Costituzione Fondamentale; LCM V. 13 Cf LCM 36.
14 Giovanni 12:1-3. 15 Eccles. 3:1-5. 16 Cf Luca 12:54-56. 17 Cf
Cantico 3:1-3. 18 Giovanni 4:34. 19 Cf Giosué 22:5. 20 Luca
24:13 e seguenti. 21 Providence N° 355. 22 Giovanni 21,18. 23
Fides et Ratio, 48: "E illusorio pensare che la fede, dinanzi a una
ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel
grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione". 24 Super Epist.
ad Col., 91-92. Cf. Fides et Ratio, 37-8: " Badate che nessuno vi inganni
con la sua filosofia e con vuo-ti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo
gli elementi del mondo e non secondo Cristo " (2, 8)
Sulle orme di
san Paolo, altri scrittori dei primi secoli, in particolare sant'Ireneo e Tertulliano,
sollevano a loro volta riserve nei con-fronti di un'impostazione culturale che
pretendeva di subordinare la verità della Rivelazione all'interpretazione
dei filo-sofi
Ciò non significa, comunque, che essi ignorassero il
compito di approfondire l'intelligenza della fede e delle sue motivazioni.
25 Acta 17,
A. 26 Acta I, 22, 1-5. 27 Acta 43,I. 28
Acta 51. 29 Acta 20.9. 30 Acta 33. 31 Acta, prima appendice, 4.3.2.
32 Acta 461. 33 'Welcoming the Stranger,' Interpretation and Obedience, Minneapolis
MN: Fortress Press, 1991. Pp 290-310. 34 Ceslas Spicq, traduzione e edizione
di James D Ernest, Theological Lexicon of the New Testament, Vol 3, Peabody MA:
Hendrikson Publishers, 1996, pp 195-200. 35 Making Room, Recovering Hospitality
as a Christian Tradition, Grand Rapids MI & Cambridge UK: William B Eerd-mans
Publishing Company, 1999, p 97. 36 'The Theological Foundations of Dialogue,'
Focus, Vol 22, No 1, 2002, pp 15-16. 37 Statement, Sound the Gong, Conference
on Interfaith Dialogue: 2001, ed Vicente G Cajilig OP, Manila: University of Santo
Tomas, 2002, p 6. 38 4.3.3., A Final Word: Madness. 39 A Thomas, La profession
religieuse des dominicains, in Archivum Fratrum Prædicatorum 39 (1969) 5-52;
specialmente 5-22. 40 Questo gesto risale anche all'homagium feudale del
vassallo al suo signore, a certi contratti romani antichi, e anche ad alcuni gesti
biblici. 41 Mi riferisco al monumento funebre del Cardinale d'Auxia (
1484); la traduzione è libera. 42 Eduardo Francisco Pironio, fece professione
in Buenos Aires (1947) come membro del ramo sacerdotale di quello che anticamente
era il Terz'Ordine, nelle mani di Fr. Emmanuel Suárez, allora Maestro dell'Ordine.
Alcuni anni più tardi completò gli studi teologici all'Angelicum
di Roma (1953-1954). Fu Prefetto della Congregazione per i Religiosi ed Isti-tuti
Secolari (1975-1983) e Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici (1983-1996).
Morì il 5 febbraio del 1998. 43 Essendo ancora prefetto della "Congregazione
per i Religiosi ed Istituti Secolari", visitò il Capitolo riunito
nell'Angelicum il 21 settembre del 1983. 44 Non si tratta di un testo scritto
preparato per l'occasione; su richiesta del Maestro dell'Ordine indirizzò
ai presenti al-cune parole. Nell'Archivio Generale dell'Ordine si conserva la
cassetta con la registrazione dell'incontro (Cf. AGOP III 1983/17 Roma - Cassetta
degli interventi). 45 Dialogo n. 158. 46 Novo Millennio Ineunte (6.01.2001)
n., 58. 47 Testimonium fratris Iohannis Hispani in Acta Canonizationis S.
Dominici - Ed. A. Walz OP in MOPH XVI (Romæ 1935) 144. 48 Cf. Libellus
n. 47. 49 Liturgia de las Horas O.P. - Edizione tipica in lingua spagnola
(Roma 1988) 1811 n. 6. |